Due Professori in diritti civili

Il 6 febbaio 2015, una data particolare per la storia della letteratura e non solo. Scompaiono , nello stesso giorno, due importanti rappresentanti della cultura africana brinkassjae mondiale: André Brink e Fatima-Zohra Imalayène , conosciuta come Assia Djebar .Nati ambedue a età degli negli anni 30  si sono impegnati per sostenere e favorire l’emancipazione della propria nazione dalle ideologie repressive e intolleranti che dominavano i loro popoli.

Andrè Brink, sudafricano, professore emerito all’Università di Città del Capo. Dal 1967 al 2012 circa una trentina tra romanzi e saggi, più traduzione dei classici della letteratura mondiale in lingua afrikaans La sua priorità da sempre era stata combattere l’apartheid e la singolarità della sua battaglia era nel colore della pelle. Un bianco sudafricano che si batteva per la libertà dei neri . Negli anni sessanta Brink aveva fondato assieme a Brey­ten Brey­ten­bach, Jan Rabie, Bar­tho Smith i “Sestigers”, un movimento culturale anti-apartheid.e aveva iniziato a scrivere in afrikaans, la lingua del governo e della popolazione che promuoveva l’apartheid, per poi passare all’inglese per protesta e per sfuggire alla censura, come nel caso di “Kennis van die aand” (1973), primo libro scritto in afrikaans a essere stato proibito dal governo di Città del Capo, per come raccontava l’amore tra un colou­red e una bianca, divenne “Looking on darkness” nella versione inglese nel 1974. Tra tutti i romanzi scritti quello che lo ricorda come autore presso il grande pubblico è “Un’arida stagione bianca” del 1966 nel quale racconta di un professore universitario che negli anni sessanta indaga sulla morte di due neri per poi scoprire la realtà in cui vivono e dedicarsi alla loro causa, motivo per cui  viene emarginato da famiglia, amici e colleghi:  Da questo romanzo fu tratto  anche l’omonimo  film che valse l’oscar a Marlon Brando negli anni 90. Proprio in quel libro c’è un brano in cui mostra la sua condizione di disagio nel combattere come bianco l’apartheid, attraverso le parole pronunciate dal protagonista:

“Io volevo aiutare. Lo volevo davvero, sinceramente, ma volevo farlo a modo mio. E io sono bianco e loro sono neri. Credevo si potesse dimenticare il fatto che io sono bianco e loro sono neri….Anche se combatto questo sistema che ci ha ridotto cosi, rimango un bianco favorito dalle stesse circostanze che aborrisco…”

Percorso simile fu seguito da Assia Djebar, algerina, che  per tutta la sua vita ha testimoniato la condizione di disagio della donna nelle comunità del Magreb. Nelle sue novelle e nei suoi romanzi utilizza come punto di partenza il quadro storico di un popolo e le lotte per la indipendenza, o anche la vita comune, per arrivare a focalizzare sul ruolo, la partecipazione e la condizione femminile all’interno di una società che spesso si dimostra, nei loro confronti, repressiva e coercitiva. Racconta in un intervista:

“Ho lasciato l’Algeria nel 1954 per andare a studiare a Parigi. e sono tornata dopo l’indipendenza. La Francia ha ospitato durante la guerra circa 300.000 rifugiati algerini, e io figlia dell’alta borghesia ho potuto conoscere profondamente il mio popolo dalle donne, ai pastori analfabeti, cosa che non avrei avuto la possibilità di fare in patria . Al mio ritorno a casa, sono stata nominata professoressa all’Università di Algeri, dove ho insegnato storia algerina moderna e contemporanea dal 1962-1965. Questa posizione era quello che desideravo per aiutare il mio popolo dall’interno , fino a quando non è stata arabizzato l’insegnamento della storia e allora mi sono dimessa. L’arabizzazione fu un disastro perché la maggior parte delle fonti di storia contemporanea erano scritte ed insegnate in francese. Si impose per legge l’arabo e fu la condanna a morte della scuola storiografica algerina . Ho sempre pensato che fosse importante per un paese da poco indipendente per sostenere la propria memoria collettiva e ripensare la sua storia. Noi abbiamo lavorato molto sul nostro passato, sulla nostra identità, e la nostra evoluzione attraverso i secoli. Non era quindi sorprendente che gli algerini, più che i marocchini e tunisini , fossero molto a disagio ad affrontare la frenesia dell’identità islamica che avvolse il nostro paese. L’ultima volta che ho lasciato l’Algeria, è stato nei primi anni 1980, quando un muro di silenzio cadde sul paese, gli scrittori erano stati minacciati, le donne relegate alla domesticità. Quando ho camminato per le strade di Algeri, mi sono trovato unica donna fra gli uomini. Da allora ho capito che sarebbe stato giusto continuare a raccontare al mondo il dramma della condizione delle donne nell’area del Magreb.

Assia Djebar è stato eletta 16 Giugno 2005 prima donna africana membro dell’Accademia di Francia. Sedici romanzi e raccolte di racconti,regista di due lungometraggi,con una influenza culturale che si era estesa ben oltre i confini dell’Algeria e la Francia, come dimostrano i prestigiosi riconoscimenti e premi ricevuti in Germania, Stati Uniti e in Italia.

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