113 km, la mia diaspora e l’On Matteo Salvini.

Ultimamente i fatti che riguardano l’arrivo dei barconi di immigrati, ripropongono un annoso problema che fa dividere la nostra società in razzisti ed antirazzisti,tra chi soccorre in continuazione e chi guarda e critica.gallery.220.barcone_migranti_51211 Ma in tutti questi anni non mi pare di aver mai sentito nominare il termine diaspora. Forse sapere cosa significa potrebbe fare un po’ di chiarezza. La dïàspora [dal gr. διασπορά «dispersione», der. di διασπείρω «disseminare»]. – In generale, dispersione, specialmente di popoli che, costretti ad abbandonare le loro sedi di origine, si disseminano in varie parti del mondo (Fonte Treccani.it).

Dunque, il vocabolario dice: “costretti ad abbandonare”. Cosa ci può costringere ad abbandonare la nostra terra. Possono essere molti i fattori, tutti evidentemente legati al fatto di non porter più vivere una vita. Quindi chi sale su quei barconi lo fa solo per cercare di sopravvivere o per raggiungere i propri familiari che per primi hanno compiuto una scelta così radicale. Se ne capissimo interiormente il motivo avremmo fatto il primo passo verso l’accoglienza del problema. Sono disperati.Penso che sia chiaro.treno Chi di noi si alza una mattina, comincia a programmare di andare in un porto, salire su una imbarcazione, il più delle volte fatiscente, per andare poniamo da Fiumicino a Ponza. 113 km di navigazione incerta (tanti sono dalla parte più vicina dell’Africa fino a Lampedusa). Arrivati a Ponza sbarcati, o mandati a riva, aiutati, schedati messi in un centro di accoglienza. Poi per arrivare alla terraferma si vedrà, dato che mancano altri 200 Km. E se a Ponza fossimo un migliaio.. Saremmo felici di esserci arrivati? Vivi, quello si. Le donne gli uomini i bambini, che giungono sulle nostre coste lo fanno per necessità. Una strada che anche noi italiani abbiamo fatto per molti anni con i viaggi in America, nelle miniere belghe, in Svizzera e Germania e ora stiamo ricominciando a percorrerla in cerca di nuove opportunità,forse meno impellenti di quelle di altri popoli. Ritorniamo quindi alla diaspora. Quella africana è la più numerosa nel mondo, quella più famosa è l’ebraica, poi c’è quella armena, la giuliano-dalmata, la palestinese, l’eritrea, la russa, la turca. Non ricordo ci sia stata quella spagnola, statunitense, inglese, francese o tedesca.

Quindi noi italiani siamo fratelli nella diaspora con gli africani, con i palestinesi, con gli ebrei, con i russi etc. Con chi è stato oppresso da condizioni politiche o economiche ed è stato costretto all’esilio.divieto Lo ha fatto mio padre, l’ha fatto mia madre ed io con lei. Grazie ad uno sforzo di volontà, orgoglio e incoscienza mia madre convinse mio padre a tornare in Italia perchè non volle far nascere mia sorella in Svizzera. Torno in Italia a 6 anni, dopo 4 anni di Svizzera tedesca. In quel periodo ho capito quello che significava essere bambino nella diaspora degli italiani a Zurigo, quelli che si riunivano la sera alle 18 in un giardinetto accompagnati dagli sguardi malevoli della la polizia che li controllava e dei residenti che passavano canzonandoli con la filastrocca: “Schweins in die Schweiz” (Porci in Svizzera). Era il 1968, epoca di rivoluzioni intellettuali e movimenti rivoluzionari di matrice marxista con pensieri di libertà per i popoli. Ma non riguardavano noi immigrati italiani.

Nello stesso modo adesso, dopo 47 anni di evoluzione del pensiero e della cultura dell’integrazione, dopo un ricambo generazionale e una società più multiculturale, quei pensieri di libertà continuano a  riguardare marginalmente tuttti quegli uomini che si affidano ai barconi per percorrere quei 113 km di speranza in una vita nuova.

                                                              Post Scriptum

Matteo Salvini Nasce a Milano il 9 Marzo 1973 da genitori milanesi, il papà è un dirigente d’azienda e la mamma casalinga. Da giovane è appassionato di quiz televisivi: nel 1985, a 12 anni, partecipa a Doppio Slalom condotto da Corrado Tedeschi su Canale 5 e nel 1993, a 20 anni, a Il pranzo è servito condotto da Davide Mengacci, all’epoca in onda su Rete 4.

    Non ha mai avuto la necessità di emigrare.   Ritiene di aver  capito come affrontarne i problemi.   Percorrere in barcone i 113 km gli  farebbero capirebbe meglio come intervenire.

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