Riflessione dopo Parigi: la Mauritania,sharia, schiavitù e immigrazione

Dopo i recenti fatti di Parigi ho preferito a pensare invece di commentare suoi social, i buoni e i cattivi. L’Isis persegue la creazione dello stato islamico. Quali sono ad oggi le Repubbliche Islamiche che seguono i dettami della Sharia ed evidentemete modelli dell’Isis? Sono 4: Iran, Pakistan , Afghanistan e Mauritania. Tutte per assioma nemiche dell’occidente? No, una di queste non proprio.
La Repubblica Islamica di Mauritania, che si è liberata dalla colonizzazione dalla Francia il 28 novembre 1960, si sta creando una reputazione come alleato impegnato nella lotta contro l’estremismo islamico nel Sahel. Il paese partecipa alla missione Onu di stabilizzazione multidimensionale integrata in corso in Mali (MINUSMA).
Nel dicembre 2014 ha creato il G5, una conferenza dei paesi del Sahel che comprende Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad, per lottare più efficacemente i gruppi jihadisti transnazionali. Il quotidiano di proprietà statale Horizon sottolinea come il governo non tollera interpretazioni politiche o violente del Corano. Questa strategia di pubbliche relazioni ha notevole successo: la Mauritania ha il sostegno diplomatico dell’Unione europea e degli Stati Uniti. Il generale David Rodriguez, capo del Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM), recentemente ha ringraziato il governo mauritano per il suo sostegno contro la minaccia jihadista regionale in una serie di annunci pubblicitari sponsorizzate dagli USA sui giornali della Mauritania.di contro in questo paese vi è una lotta interna sui diritti civili contro la schiavitù. Qui vi sono organizzazioni che da anni chiedono l’uguaglianza tra le caste in particolare l’abolizione della schiavitù.
Vi sono due casi  significativi di questa opposizione alle leggi governative che riguardano due uomini : Mohamed Ould Cheikh Mkheitir e Biram Dah Abeid

mauritania
Mohamed Ould Cheikh Mkheitir

30 anni, un mauro di etnia bianca “bidhan”, come si dice in Mauritania, viene arrestato il 2 gennaio 2014 da parte della polizia , per aver diffuso su Facebook un testo in arabo dal titolo “La religione, la religiosità e i fabbri”. Denuncia, nel post, la società delle caste e si dedica ad un’analisi  delle separazioni in classi nella società nel suo paese paragonandole all’atteggiamento che il profeta Maometto, presentato come settario e tribalista, teneva nei confronti degli gli ebrei del VII secolo. Per Ould Mkheitir si avvicinerebbe molto a quello che prevale nei “Zwaya” , i centri educativi religiosi costruiti in prossimità dei luoghi santi, nei confronti della casta dei fabbri, gli “harratin”, nella società mauritana di oggi. I vari gruppi e tribù maure sono il risultato di una storia sociale particolarmente complessa che si perde in epoche remote, fatte di migrazioni, conquiste e sconfitte. L’organizzazione socio/politica è molto gerarchizzata e rigorosamente divisa in classi: si ripartiscono in tribù nobili, in guerrieri di origine araba (hasan) unici ad avere il diritto a portare le armi, i marabutti di origine berbera (zwaya o tolba) che sono dediti allo studio e alla preghiera, i tributari (znaga o zenaga), i prigionieri (‘abid), gli artigiani raggruppati in caste (ma’llamin), gli stregoni e gli schiavi liberati, spesso neri, e gli artigiani, che sono considerati facenti parte dello stesso gruppo perché forniscono servizi (harratin) .
Identificato dagli islamisti, che data la sharia, sorvegliano i social , il giovane uomo è stato accusato di mettere in discussione l’organizzazione sociale dello stato utilizzando il nome del profeta.
Dopo una lunga detenzione e il processo, viene condannato a morte per apostasia 24 dicembre 2014 ,per aver rinunciato pubblicamente alla religione islamica. Egli nega pubblicamente di aver voltato le spalle all’ Islam. Ma sulla questione delle caste, persiste e scrive: “Miei fratelli fabbri, dobbiamo essere pienamente consapevoli del destino che ci ha portato ad essere cittadini di questa terra. Dobbiamo quindi difendere il nostro diritto alla piena cittadinanza e una vita dignitosa. ”
La pressione sociale è tale che la stessa madre, che pur aveva ottenuto deroghe al fine di fargli visita, cessò di farlo. Suo padre, come alto funzionario, non viene coinvolto in questo caso. Per quanto riguarda la moglie, Ould Mkheitir, viene richiamata al suo villaggio con la sua famiglia e il matrimonio viene annullato a causa del reato di apostasia.
“La pena di morte non è più applicata in Mauritania dal 1987 e non sarà probabilmente in questo caso complicato,” rassicura un giornalista mauritano. Tuttavia una parte della società civile del suo paese rimane mobilitata per difenderlo. Quattro associazioni, tra cui l’Associazione mauritana dei diritti dell’uomo (AMDH), lancia dal 24 gennaio 2015 una petizione su Change.org per chiedere la sua liberazione . Ad ora è stata sottoscritta da 3300 persone …

Biram Dah Abeid

Nella prigione di Aleg è detenuto anche un importante attivista anti-schiavitù :Biram Dah Abeid ,ex-canditato alle Presidenziali e leader del (IRA-Mauritania), nel 2014. Arrestato l’ 11 novembre 2014 ,insieme ad altri due attivisti: Brahim Bilal e Djiby Sow . Per ricordare un anno dal suo arresto, ha scritto una lettera per ricordare al mondo di una lotta costante contro la schiavitù e di chi, come lui, è in carcere per questo.

Oggi, scrivo dalla mia cella della prigione di Aleg, dove sto commemorando un triste anniversario. Per un anno intero, sono stato tenuto prigioniero. Il mio crimine: combattere la schiavitù. L’11 novembre 2014, sono stato arrestato con altri attivisti anti-schiavitù per aver organizzato una campagna pacifica contro le pratiche della schiavitù in Mauritania e per aver sensibilizzato i mauritani circa i loro diritti alla terra e per i discendenti degli schiavi.
Nel mio paese la schiavitù esiste ancora. Interi gruppi familiari appartengono alla famiglia del loro padrone e sono costretti a servire i loro proprietari tutta la loro vita. Molti discendenti degli schiavi continuano a lavorare su un terreno sul quale non hanno diritti devono dare una parte del loro raccolto a capi tradizionali.
Ho dedicato tutta la mia vita alla lotta contro la schiavitù in Mauritania. La mia casta, il harratin (il nome dato agli schiavi ed ex schiavi), è costituita da neri africani sottoposti a schiavitù dai capi arabo-berberi. Mio padre è stato liberato dal maestro di mia nonna. Sono una delle decine di milioni di discendenti degli schiavi che compongono la grande diaspora nera nel mondo arabo.
Attivisti anti-schiavitù e difensori dei diritti umani, come me, sono spesso messi in carcere. Negli ultimi cinque anni, sono stato in prigione per tre volte. Sono stato rinchiuso in occasione di eventi importanti della mia vita adulta, tra cui la nascita di mia figlia. Ho festeggiato il mio 50 ° compleanno dietro le sbarre il 12 gennaio 2015.

La lettera è datata 13 Novembre 2015 , e pochi giorni prima del processo d’appello, l’11 agosto 2015, con un’abile mossa politica, la Mauritania, in cui la schiavitù risulta ufficialmente abolita dal 1961, ha adottato una legge per la repressione della stessa, definendola crimine contro l’umanità. Ma questi uomini continuano la loro vita da reclusi per difendere i diritti di chi è schiavo. La sua attuale condizione di prigioniero di coscienza è stata denunciata anche da Amnesty International, e Biram Dah Abeid è soprannominato “il Mandela della Mauritania”.

Tornando all’attualità trovo una mappa in rete che descrive il passaggio dei profughi che dalla Siria passano in  Libano e raggiungono in aereo la Mauritania per poi intraprendere il viaggio verso Spagna e Italia. La propongo come riflessione a chi pensa di poter controllare i flussi migratori con provenienze e determinazione.

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Tornando alla lotta di  uomini come Biram Dah Abeid  per la libertà della propria gente bisogna sempre  ricordare chi è morto a Parigi e nel mondo intero per mano di violenti, che non hanno dalla loro la forza delle idee giustizia, uguaglianza e fraternità tra i popoli

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