Bambini in guerra

Due notizie di questi giorni, ci hanno riportato in mente come i bambini e le armi siano un’idea , purtroppo, non più così lontana dalla nostra società “civile”.  Vittorio Zucconi, in un articolo di ieri, in D di Repubblica, ci ha ricordato che in Florida è in corso da anni una guerra tra gang di minorenni che ha portato negli ultimi 10 anni 316 morti tra i bambini giovani e ragazzi e che in 20 milioni di famiglie negli Usa c’è un arma .Ormai tutti sanno a Miami, che questa è una vera guerra, che ha portato il 29 dicembre 2016, all’uccisione di un bambino di 8 anni, non compreso in questi dati, come vendetta di un altro omicidio.03-13-childrenkilled

Queste vendette stanno generando una generazione di bambini ,ragazzi e uomini pronti ad impugnare un’arma. Inoltre c’è da considerare come le armi siano oramai passate, grazie ad un libero mercato, in mano ai ragazzi. Una sorta di reclutamento di stato per fini commerciali, che sta portando conseguenze, forse troppo sottovalutate e che certo ,con la nuova presidenza di Donald Trump, non vedrà sicuramente il fenomeno regredire.

Anche  Roberto Saviano, in articolo in merito alla mancata strage al Mercato della Duchesca del 4 gennaio scorso a Napoli ,dove è rimasta ferita una bambina di 10 anni, racconta come dietro questo episodio, ci sono storie di famiglie che vivono una quotidianeità di guerra. Si può scegliere di ignorare queste vicende o, invece, avere il coraggio di fissare questo abisso. Ci racconta di come non ci sia via di scampo per i giovani di camorra, come  la storia di due fratelli protagonisti dello scontro tra il clan Mazzarella e “La paranza dei bambini”: questo il nome con il quale è stato identificato il clan dei criminali, ragazzi di età compresa tra i 15 e i 25 anni, che ha seminato il terrore lungo le strade di Napoli, operando atti di criminalità in particolare a Forcella e nel Centro Storico della città. Molti di questi ragazzi, vengono assoldati dalla criminalità per poter diventare i nuovi soldati delle organizzazioni criminali. Spesso si pensa ai bambini soldato nelle guerre africane, in guerre dichiarate e li si ritiene, un fenomeno a noi lontano, a cui non sia necessario porre attenzione, se non quella “dovuta”. In realtà vediamo come la cronaca di questo inizio d’anno,in Italia e negli Stati Uniti, ci riporti come questo fenomeno sia di stringente attualità.

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Bambini di Colette: infanzie rubate

L’unica colpa di questi bambini è quella di essere nati, cresciuti in un contesto sociale debole e fragile, spesso soli, senza una famiglia.

Queste sono le parole conclusive di un articolo, letto ieri, di Cornelia I. Toelgyes , Africa-express.info , sui bambini rinchiusi nelle carceri in Sierra Leone. Oggi, abbiamo la possibilità di restituire un pò di dignitá a quelle infanzie che nel mondo non hanno avuto la possibilitá di essere vissute. Svegliamo le nostre coscienze.

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Allontaniamo l’apatia del non partecipare,  andiamo ad ascoltare Colette. Quei racconti stimolano l’anima troppo sopita da tutte cose che ci circondano che ci rendono spesso inutili per noi e per gli altri . Un solo pensiero: Io che oggi non andró ad ascoltarla e perchè ho da fare cose veramente più importanti  per la mia anima? In tutto questo avremmo anche la possibilitá di provare una emozione in più: come la sensibilitá di un artista reagisce a quei racconti. Il Maestro Stefano Cianti dipingerá le parole e il racconto di Colette, rendendole anche visivamente indelebili e sará sicuramente una esperienza per crescere, per conoscere e comprendere. Per poterci aiutare a guardare dentro di noi e trovare la bellezza e la coscienza del nostro cuore

Wole Soyinka : Italia e Nigeria sono anime gemelle

Akinwande Oluwole “Wole” Soyinka, nato ad Abeokuta (Nigeria) nel 1934, è considerato uno dei massimi poeti e drammaturghi africani di lingua inglese del Novecento. Nel 1986 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura

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ritratto e foto di Wole Soyinka © noneuncontinentenero

“Cosa hanno in comune Italia e Nigeria: la volubilità, il senso della famiglia, la verve artistica, la disposizione lirica – basta paragonare le canzoni napoletane con quelle di Calabar e quelle yoruba – il peperoncino, il disordine sociale, la vostra polenta e la nostra farina, il vostro osso buco e il nostro mokontan, la corruzione e i disegni criminali che coinvolgono tutto il settore pubblico, la concretezza e la disinvoltura. Quale capo di stato, se non un italiano, avrebbe mai graziosamente ammesso di avere portato la cultura africana a palazzo – col bunga-bunga! E poi ci meravigliamo che dei e santi si siano incontrati e amalgamati in America Latina! Come mai le prostitute nigeriane – o meglio, chi sta dietro al racket – sono di gran lunga più presenti in Italia che nelle altre nazioni europee? I nostri due paesi sono anime gemelle!”

leggi articolo da www.doppiozero.com

 

 

8 febbraio : Giornata mondiale contro la schiavitù. A Sutri (VT) il 14 Febbraio un film sulla tratta delle donne nigeriane

“La tratta è un crimine transnazionale che sconvolge la vita di migliaia di persone ed è causa di inaudite sofferenze”

Affronteremo questo argomento a Sutri (VT) il 14/02/2016 presso il Colle Diana Cafè alle ore 17.30 dove insieme a Giuseppe Carrisi e alla sua associazione, Pizzicarms, assisteremo alla visione del film: ” Le figlie di Mami Wata”, sulla tratta delle donne nigeriane per sfruttamento sessuale.

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Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, le donne nigeriane arrivate via mare in Italia a fine settembre 2015 sono state 4.371. L’anno scorso, nello stesso periodo, erano state 1.008.

“Stimiamo che l’80 per cento delle ragazze nigeriane siano vittime di tratta”, dice Federico Soda, dir. Uff di Coordinamento per il Mediterraneo dell’OIM. “molte di loro provengono dalla regione di Edo, dove vengono adescate e sottoposte a cerimonie voodoo: riti attraverso i quali viene loro imposto un ricatto psicologico, nella convinzione che qualsiasi tentativo di fuga o ribellione dai loro trafficanti causerà sventure ai propri cari.”

“Si tratta di un tema al quale l’OIM dedica da anni il proprio impegno tramite progetti volti a promuovere attività di prevenzione e a favorire lo sviluppo di norme giuridiche in grado di contrastare questo crimine, garantendo assistenza alle vittime e sviluppando una conoscenza più approfondita del modus operandi del crimine organizzato”.

“Purtroppo”, continua Soda, “dobbiamo registrare un aumento delle vittime di tratta. Da qualche mese osserviamo un incremento esponenziale di arrivi via mare di donne africane, provenienti in modo particolare dalla Nigeria. Molte di loro hanno caratteristiche e raccontano storie che ci fanno capire di trovarci in presenza di vittime di tratta. Siamo preoccupati in particolare dell’aumento delle ragazze minorenni, che spesso dichiarano di essere maggiorenni perché costrette dai loro trafficanti, che pensano cosi di riuscire a disporre di loro in maniera più libera”.

Bangui: il viaggio più difficile di Papa Francesco.

Bangui, Repubblica Centrafricana  il Papa atterrerà all’aereoporto e la prima cosa che troverà sono i cristiani, come  Georgette Dossio, che piange un figlio il cui corpo non potrà mai seppellire. Seduta sulla sporcizia, sotto una tenda di legno di scarto e di teli, è confortata dai suoi vicini del campo profughi cristiano, situato nei pressi dell’aereoporto, dove ha vissuto per quasi due anni.

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Un giorno suo figlio di 35 anni era imbattuto in un gruppo di musulmani ribelli alla periferia del campo che ospita migliaia di cristiani.

“Gli hanno legato le mani dietro la schiena, sparato alla testa e poi lo tagliate a pezzi pezzo per pezzo”, racconta, con gli occhi pieni di lacrime.

Nessuno ha trovato i suoi resti. La madre può solo guardare una sua vecchia foto   e pensare ai suoi quattro nipotini orfani di padre.

In un’altra parte di Bangui, circa 15.000 musulmani sono chiusi in un quartiere chiamato PK5, dove si sono rifugiati per  paura dei miliziani cristiani noti come anti-Balaka che hanno protetto e fanno rispettare i loro confini con le granate

Questo è il vortice di violenze cristiano-musulmano in cui Papa Francesco si troverà al suo arrivo nella Repubblica Centrafricana.


Nella capitale di questo paese caotico, di 4,8 milioni di abitanti, la rabbia religiosa è esplosa  quasi due anni fa, lasciando migliaia di morti, e la violenza è ripresa di nuovo a Settembre, proprio quando sembrava che la nazione si fosse stabilizza,ta grazie all’intervento dell’ONU. Almeno 100 persone sono morte nell’ultimo bagno di sangue nei dintorno del PK5, secondo Human Rights Watch.
Tutta questa situazione ha lasciato quasi mezzo milione di centrafricani sfollati all’interno del loro paese; quasi un altro mezzo milione lo  hanno lasciato per i vicini Camerun, Ciad e Congo, il numero dei mussulmani è sceso da circa 122.000 ad appena 15.000 o giù di lì, secondo Human Rights Watch.Il Papa intende recarsi nel cuore del PK5 per incontrare i membri della comunità musulmana assediata. All’interno  il papa porterà un messaggio per aprire i cuori dei combattenti. Clero cattolico e protestante uniti per ribadire come, l’anti-Balak,a non può essere definito un movimento cristiano, dato che non violentando, saccheggiando e massacrando i civili si  rispettano gli insegnamenti di Dio

Oumar Ben Oumar. Un musulmano di 29 anni, ha perso il suo fratello più giovane Ahmed tre settimane fa, quando è stato colpito a morte nel quartiere PK5 mentre si cammina per strada. La maggior parte della famiglia di Oumar e i suoi suoceri avevano già lasciato il paese.
Oumar e sua moglie, Chamcya, vivono con i loro due figli piccoli in una piccola casa di cemento con un tetto di metallo che hanno costruito sulla base della moschea centrale di PK5, che il Papa intende visitare.

“Lo accoglieremo come un anziano della nostra comunità, se arriva”, ha detto Oumar. “Ma come possiamo avere un dialogo quando viviamo tra gli spari? Sentiamo spari mattina, mezzogiorno e sera. E’solo Dio che ci protegge”.

Oumar e la sua giovane famiglia non sognano più di tornare un giorno a loro quartiere di Miskine, dove non è rimasto un solo musulmano. Un amico ha mostrato loro il cellulare video della loro vecchia casa in rovina. Il negozio dove Oumar vendeva sapone, sale e altri oggetti è stato saccheggiato e distrutto.

Lo spargimento di sangue risale agli inizi del 2013, quando una coalizione di gruppi ribelli per lo più musulmani del nord della Repubblica Centrafricana ha rovesciato il presidente cristiano. La loro presa di potere è stata progettata più per motivi economici che ideologici, sotto il loro regime sono stati compiuti compiuto attacchi brutali contro i civili. Dopo il leader dei ribelli si fece da parte nei primi mesi del 2014, un’ondata di violenza di rappresaglia dai combattenti anti-Balaka ha costretto la maggior parte dei musulmani della capitale a fuggire.

Repubblica Centrafricana stava organizzando elezioni democratiche per dicembre, quando la morte di un giovane tassista musulmano a fine settembre ha riacceso le tensioni. In poche ore i combattenti islamici conosciuti come la Seleka hanno reagito con attacchi contro i cristiani nei quartieri circostanti il PK5.

Patricia Kpanenou. Aveva vissuto nel suo quartiere multireligioso di Ngbeguewe per 30 anni prima che le razzie dei mussulmani la spinsero  a lasciare la sua casa due mesi fa e unirsi ai profughi cristiani dell’aeroporto. I combattenti musulmani hanno ucciso il suo vicino, decapitando una donna incinta e cercando di togliere il suo bambino dal suo ventre. Lei è tornata due volte nella speranza di prendere qualcosa con lei dalla sua vita a Ngbeguewe. La prima volta, ha preso il suo materasso. La seconda volta, la casa dei genitori  era stata rasa al suolo.Tuttavia, ha detto, di essere disposta a vivere tra i musulmani di torna di nuovo la pace.

Nel quartiere PK12 lo scorso anno, i musulmani si sono riuniti prima dell’alba per pregare per l’ultima volta nella loro moschea. Dopo aver bloccato la porta con cura, si sono riunitiin un enorme convoglio di più di 1.200 persone, con una scorta armata. Qualche istante dopo, i vicini scendevano in massa per  distruggere la moschea pezzo per pezzo. Anche le forze dell’ordine rimasero guardare, poi hanno tolto le porte dai cardini  e anche preso l’altoparlante utilizzato per la chiamata alla preghiera.

Dove i musulmani hanno pregato una volta è ora c’è un campo di calcio.

da un articolo di KRISTA LARSON

Riflessione dopo Parigi: la Mauritania,sharia, schiavitù e immigrazione

Dopo i recenti fatti di Parigi ho preferito a pensare invece di commentare suoi social, i buoni e i cattivi. L’Isis persegue la creazione dello stato islamico. Quali sono ad oggi le Repubbliche Islamiche che seguono i dettami della Sharia ed evidentemete modelli dell’Isis? Sono 4: Iran, Pakistan , Afghanistan e Mauritania. Tutte per assioma nemiche dell’occidente? No, una di queste non proprio.
La Repubblica Islamica di Mauritania, che si è liberata dalla colonizzazione dalla Francia il 28 novembre 1960, si sta creando una reputazione come alleato impegnato nella lotta contro l’estremismo islamico nel Sahel. Il paese partecipa alla missione Onu di stabilizzazione multidimensionale integrata in corso in Mali (MINUSMA).
Nel dicembre 2014 ha creato il G5, una conferenza dei paesi del Sahel che comprende Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad, per lottare più efficacemente i gruppi jihadisti transnazionali. Il quotidiano di proprietà statale Horizon sottolinea come il governo non tollera interpretazioni politiche o violente del Corano. Questa strategia di pubbliche relazioni ha notevole successo: la Mauritania ha il sostegno diplomatico dell’Unione europea e degli Stati Uniti. Il generale David Rodriguez, capo del Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM), recentemente ha ringraziato il governo mauritano per il suo sostegno contro la minaccia jihadista regionale in una serie di annunci pubblicitari sponsorizzate dagli USA sui giornali della Mauritania.di contro in questo paese vi è una lotta interna sui diritti civili contro la schiavitù. Qui vi sono organizzazioni che da anni chiedono l’uguaglianza tra le caste in particolare l’abolizione della schiavitù.
Vi sono due casi  significativi di questa opposizione alle leggi governative che riguardano due uomini : Mohamed Ould Cheikh Mkheitir e Biram Dah Abeid

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Mohamed Ould Cheikh Mkheitir

30 anni, un mauro di etnia bianca “bidhan”, come si dice in Mauritania, viene arrestato il 2 gennaio 2014 da parte della polizia , per aver diffuso su Facebook un testo in arabo dal titolo “La religione, la religiosità e i fabbri”. Denuncia, nel post, la società delle caste e si dedica ad un’analisi  delle separazioni in classi nella società nel suo paese paragonandole all’atteggiamento che il profeta Maometto, presentato come settario e tribalista, teneva nei confronti degli gli ebrei del VII secolo. Per Ould Mkheitir si avvicinerebbe molto a quello che prevale nei “Zwaya” , i centri educativi religiosi costruiti in prossimità dei luoghi santi, nei confronti della casta dei fabbri, gli “harratin”, nella società mauritana di oggi. I vari gruppi e tribù maure sono il risultato di una storia sociale particolarmente complessa che si perde in epoche remote, fatte di migrazioni, conquiste e sconfitte. L’organizzazione socio/politica è molto gerarchizzata e rigorosamente divisa in classi: si ripartiscono in tribù nobili, in guerrieri di origine araba (hasan) unici ad avere il diritto a portare le armi, i marabutti di origine berbera (zwaya o tolba) che sono dediti allo studio e alla preghiera, i tributari (znaga o zenaga), i prigionieri (‘abid), gli artigiani raggruppati in caste (ma’llamin), gli stregoni e gli schiavi liberati, spesso neri, e gli artigiani, che sono considerati facenti parte dello stesso gruppo perché forniscono servizi (harratin) .
Identificato dagli islamisti, che data la sharia, sorvegliano i social , il giovane uomo è stato accusato di mettere in discussione l’organizzazione sociale dello stato utilizzando il nome del profeta.
Dopo una lunga detenzione e il processo, viene condannato a morte per apostasia 24 dicembre 2014 ,per aver rinunciato pubblicamente alla religione islamica. Egli nega pubblicamente di aver voltato le spalle all’ Islam. Ma sulla questione delle caste, persiste e scrive: “Miei fratelli fabbri, dobbiamo essere pienamente consapevoli del destino che ci ha portato ad essere cittadini di questa terra. Dobbiamo quindi difendere il nostro diritto alla piena cittadinanza e una vita dignitosa. ”
La pressione sociale è tale che la stessa madre, che pur aveva ottenuto deroghe al fine di fargli visita, cessò di farlo. Suo padre, come alto funzionario, non viene coinvolto in questo caso. Per quanto riguarda la moglie, Ould Mkheitir, viene richiamata al suo villaggio con la sua famiglia e il matrimonio viene annullato a causa del reato di apostasia.
“La pena di morte non è più applicata in Mauritania dal 1987 e non sarà probabilmente in questo caso complicato,” rassicura un giornalista mauritano. Tuttavia una parte della società civile del suo paese rimane mobilitata per difenderlo. Quattro associazioni, tra cui l’Associazione mauritana dei diritti dell’uomo (AMDH), lancia dal 24 gennaio 2015 una petizione su Change.org per chiedere la sua liberazione . Ad ora è stata sottoscritta da 3300 persone …

Biram Dah Abeid

Nella prigione di Aleg è detenuto anche un importante attivista anti-schiavitù :Biram Dah Abeid ,ex-canditato alle Presidenziali e leader del (IRA-Mauritania), nel 2014. Arrestato l’ 11 novembre 2014 ,insieme ad altri due attivisti: Brahim Bilal e Djiby Sow . Per ricordare un anno dal suo arresto, ha scritto una lettera per ricordare al mondo di una lotta costante contro la schiavitù e di chi, come lui, è in carcere per questo.

Oggi, scrivo dalla mia cella della prigione di Aleg, dove sto commemorando un triste anniversario. Per un anno intero, sono stato tenuto prigioniero. Il mio crimine: combattere la schiavitù. L’11 novembre 2014, sono stato arrestato con altri attivisti anti-schiavitù per aver organizzato una campagna pacifica contro le pratiche della schiavitù in Mauritania e per aver sensibilizzato i mauritani circa i loro diritti alla terra e per i discendenti degli schiavi.
Nel mio paese la schiavitù esiste ancora. Interi gruppi familiari appartengono alla famiglia del loro padrone e sono costretti a servire i loro proprietari tutta la loro vita. Molti discendenti degli schiavi continuano a lavorare su un terreno sul quale non hanno diritti devono dare una parte del loro raccolto a capi tradizionali.
Ho dedicato tutta la mia vita alla lotta contro la schiavitù in Mauritania. La mia casta, il harratin (il nome dato agli schiavi ed ex schiavi), è costituita da neri africani sottoposti a schiavitù dai capi arabo-berberi. Mio padre è stato liberato dal maestro di mia nonna. Sono una delle decine di milioni di discendenti degli schiavi che compongono la grande diaspora nera nel mondo arabo.
Attivisti anti-schiavitù e difensori dei diritti umani, come me, sono spesso messi in carcere. Negli ultimi cinque anni, sono stato in prigione per tre volte. Sono stato rinchiuso in occasione di eventi importanti della mia vita adulta, tra cui la nascita di mia figlia. Ho festeggiato il mio 50 ° compleanno dietro le sbarre il 12 gennaio 2015.

La lettera è datata 13 Novembre 2015 , e pochi giorni prima del processo d’appello, l’11 agosto 2015, con un’abile mossa politica, la Mauritania, in cui la schiavitù risulta ufficialmente abolita dal 1961, ha adottato una legge per la repressione della stessa, definendola crimine contro l’umanità. Ma questi uomini continuano la loro vita da reclusi per difendere i diritti di chi è schiavo. La sua attuale condizione di prigioniero di coscienza è stata denunciata anche da Amnesty International, e Biram Dah Abeid è soprannominato “il Mandela della Mauritania”.

Tornando all’attualità trovo una mappa in rete che descrive il passaggio dei profughi che dalla Siria passano in  Libano e raggiungono in aereo la Mauritania per poi intraprendere il viaggio verso Spagna e Italia. La propongo come riflessione a chi pensa di poter controllare i flussi migratori con provenienze e determinazione.

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Tornando alla lotta di  uomini come Biram Dah Abeid  per la libertà della propria gente bisogna sempre  ricordare chi è morto a Parigi e nel mondo intero per mano di violenti, che non hanno dalla loro la forza delle idee giustizia, uguaglianza e fraternità tra i popoli

Il Rinascimento africano di Ngugi.

«Il linguaggio non era un semplice susseguirsi di parole, aveva un potere di suggestione che andava ben oltre il significato immediato e lessicale. Attraverso immagini e simboli, la lingua ci mostrava il mondo». Ngugi Wa Thiong’o è stato – ed è – non solo un grande scrittore, poeta e drammaturgo, ma soprattutto un paladino della “lingua madre”. Keniano, autore di diversi romanzi in inglese negli anni Sessanta, nel 1977 pubblica il suo primo testo teatrale in kikuyu, la sua lingua materna.

Questo gli costa un anno di imprigionamento, durante il quale scrive su fogli di carta igienica il suo primo romanzo in kikuyu, Caitaani mutharaba-Ini (Diavolo in croce).

La sua rivolta non è semplicemente una questione linguistica. È un modo per opporsi all’«universo mentale dei colonizzatori» e al controllo, attraverso l’imposizione della loro lingua e cultura, «del modo in cui le persone percepivano se stesse e il loro rapporto con il mondo». È quanto scrive in uno dei suoi libri più famosi, Decolonizzare la mente, pubblicato per la prima volta nel 1986 e appena uscito in Italia da Jaca Book (pagine 128, euro 14). Ngugi sarà al prossimo Salone del libro di Torino domenica 17 maggio alle ore 18 (Arena Piemonte; intervengono anche Claudio Gorlier e Maria Teresa Carbone).

Il Rinascimento africano di Ngugi..