Bambini in guerra

Due notizie di questi giorni, ci hanno riportato in mente come i bambini e le armi siano un’idea , purtroppo, non più così lontana dalla nostra società “civile”.  Vittorio Zucconi, in un articolo di ieri, in D di Repubblica, ci ha ricordato che in Florida è in corso da anni una guerra tra gang di minorenni che ha portato negli ultimi 10 anni 316 morti tra i bambini giovani e ragazzi e che in 20 milioni di famiglie negli Usa c’è un arma .Ormai tutti sanno a Miami, che questa è una vera guerra, che ha portato il 29 dicembre 2016, all’uccisione di un bambino di 8 anni, non compreso in questi dati, come vendetta di un altro omicidio.03-13-childrenkilled

Queste vendette stanno generando una generazione di bambini ,ragazzi e uomini pronti ad impugnare un’arma. Inoltre c’è da considerare come le armi siano oramai passate, grazie ad un libero mercato, in mano ai ragazzi. Una sorta di reclutamento di stato per fini commerciali, che sta portando conseguenze, forse troppo sottovalutate e che certo ,con la nuova presidenza di Donald Trump, non vedrà sicuramente il fenomeno regredire.

Anche  Roberto Saviano, in articolo in merito alla mancata strage al Mercato della Duchesca del 4 gennaio scorso a Napoli ,dove è rimasta ferita una bambina di 10 anni, racconta come dietro questo episodio, ci sono storie di famiglie che vivono una quotidianeità di guerra. Si può scegliere di ignorare queste vicende o, invece, avere il coraggio di fissare questo abisso. Ci racconta di come non ci sia via di scampo per i giovani di camorra, come  la storia di due fratelli protagonisti dello scontro tra il clan Mazzarella e “La paranza dei bambini”: questo il nome con il quale è stato identificato il clan dei criminali, ragazzi di età compresa tra i 15 e i 25 anni, che ha seminato il terrore lungo le strade di Napoli, operando atti di criminalità in particolare a Forcella e nel Centro Storico della città. Molti di questi ragazzi, vengono assoldati dalla criminalità per poter diventare i nuovi soldati delle organizzazioni criminali. Spesso si pensa ai bambini soldato nelle guerre africane, in guerre dichiarate e li si ritiene, un fenomeno a noi lontano, a cui non sia necessario porre attenzione, se non quella “dovuta”. In realtà vediamo come la cronaca di questo inizio d’anno,in Italia e negli Stati Uniti, ci riporti come questo fenomeno sia di stringente attualità.

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Bambini di Colette: infanzie rubate

L’unica colpa di questi bambini è quella di essere nati, cresciuti in un contesto sociale debole e fragile, spesso soli, senza una famiglia.

Queste sono le parole conclusive di un articolo, letto ieri, di Cornelia I. Toelgyes , Africa-express.info , sui bambini rinchiusi nelle carceri in Sierra Leone. Oggi, abbiamo la possibilità di restituire un pò di dignitá a quelle infanzie che nel mondo non hanno avuto la possibilitá di essere vissute. Svegliamo le nostre coscienze.

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Allontaniamo l’apatia del non partecipare,  andiamo ad ascoltare Colette. Quei racconti stimolano l’anima troppo sopita da tutte cose che ci circondano che ci rendono spesso inutili per noi e per gli altri . Un solo pensiero: Io che oggi non andró ad ascoltarla e perchè ho da fare cose veramente più importanti  per la mia anima? In tutto questo avremmo anche la possibilitá di provare una emozione in più: come la sensibilitá di un artista reagisce a quei racconti. Il Maestro Stefano Cianti dipingerá le parole e il racconto di Colette, rendendole anche visivamente indelebili e sará sicuramente una esperienza per crescere, per conoscere e comprendere. Per poterci aiutare a guardare dentro di noi e trovare la bellezza e la coscienza del nostro cuore

Ceceni e il Caucaso tra Isis, Ucraina e Putin

Lo Stato islamico non è solo un problema siriano, mediorientale o di terrorismo internazionale, è anche un incubo per la Russia di Putin. Molti  osservatori hanno notato la partecipazione attiva dei ribelli del Caucaso, compresi ceceni, circassi, e daghestani in diversi teatri come l’Iraq e l’Afghanistan, la loro presenza è stata notata anche in Siria. Nei primi tempi della guerra civile siriana ce n’erano relativamente pochi. Recentemente, tuttavia, questo numero è cresciuto al punto in cui essi sono una forza significativa nel panorama degli insorti. Un ceceno, Umar Shishani, è segnalato per essere uno dei più stretti collaboratori del Leader dell’Isis : Abu Bakr di al-Baghdadi.  A fine 2013 il gruppo  Jaish al-Muhajireen wal Ansar o “Esercito di Emigranti e Sostenitori”, un gruppo caucasico prevalentemente del Nord, e molti dei suoi sostenitori hanno giurato fedeltà ad al-Baghdadi Il gruppo sta rapidamente diventando una delle più grandi fazioni all’interno di ISIS.
In Occidente, intanto si guarda la guerra in Ucraina semplicemente come una battaglia tra i russi e il governo ucraino. Ma la verità sul territorio è molto più complessa, in particolare quando parliamo di battaglioni di volontari che combattono dalla parte dell’Ucraina.Come ad esempio il battaglione Dudayev, dal nome del primo presidente della Cecenia, Džokhar Dudaev, e fondata da Isa Munayev, un comandante ceceno che ha combattuto in due guerre contro la Russia.

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Pugnale Jihadista di  ceceno

L’Ucraina sta diventando un importante punto di sosta per l’ISIS e i gruppi Ceceni. In Ucraina, è possibile acquistare un passaporto e una nuova identità. Per $ 15.000, un combattente riceve un nuovo nome e un documento legale che attesta la cittadinanza ucraina. Ucraina non fa parte dell’Unione europea, ma è un percorso facile per l’immigrazione verso l’Occidente. Gli ucraini hanno poche difficoltà per ottenere i visti dalla vicina Polonia, dove possono lavorare nei cantieri edili e nei ristoranti, riempiendo il vuoto lasciato dai milioni di polacchi che hanno lasciato la propria terra in cerca di lavoro nel Regno Unito e in Germania.È anche possibile fare affari in Ucraina, che non sono del tutto legali. È possibile guadagnare denaro facile per Jihadisti che combattono : Ceceni sia in Siria che in Afghanistan. È possibile “legalmente” acquisire armi non registrate per combattere i russi, e poi esportarli corrompendo i doganieri ucraini.

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Il leader dei Ucraini Yarosh con un comandante dell’ISIS in Ucraina Foto di Dmytriy Kovalevich

Le implicazioni di sicurezza di questa situazione per la Russia sono molto gravi dato che i ribelli Ceceni e caucasici alleandosi con l’Isis stanno creando un fronte comune. Quando la lotta in Cecenia è scemata, molti insorti sono andati all’estero, all’inizio in Afghanistan e Iraq, ma più di recente la Siria è diventata la prima destinazione a causa della guerra civile entrata un spirale fuori controllo. Ora i ribelli ceceni hanno una nuova opportunità di allenarsi e di operare con impunità – un’opportunità che certamente non hanno a casa loro
Questo fenomeno mette in evidenza una nuova importante caratteristica delle insurrezioni moderne: il rifugio non contiguo. L’esistenza di una zona di rifugio è una delle chiavi del successo di una rivolta, fornendo un luogo dove gli insorti possono riposare, riarmarsi, e addestrarsi, prima di tornare a condurre attacchi. Mentre i conflitti in Iraq e Afghanistan offrono l’opportunità di imparare da altri ribelli ad acquisire una preziosa esperienza operativa, i recenti successi territoriali di ISIS hanno  dato ai ribelli caucasici un importante rifugio, sia pure atipico. Storicamente, il rifugio degli insorti tende ad essere territorialmente contiguo. Questo invece non lo è.
La Russia può sostenere il regime di Assad politicamente e militarmente, ma c’è poco che può fare per negare rifugio ai ribelli del Caucaso. E ‘ovvio che, se ISIS sopravvive alla reazione della comunità internazionale, i ceceni torneranno a casa con alleati pesanti.
Avendo la medesima ideologia, cioè  di creare un califfato globale, i ribelli del Caucaso hanno dato significativi contributi finanziari e militari alla causa ISIS ed è molto probabile che a tempo debito saranno ricambiati. In diversi comunicati stampa recenti, i membri dell’ Isis, caucasici e non caucasici, hanno promesso di tornare nel Caucaso. In un comunicato, con immagini in diretta e con cameraman e speakers di lingua russa (probabilmente caucasici), i combattenti si sono già rivolti direttamente al presidente russo Vladimir Putin, minacciando di liberare la Cecenia e il Caucaso.

Bangui: il viaggio più difficile di Papa Francesco.

Bangui, Repubblica Centrafricana  il Papa atterrerà all’aereoporto e la prima cosa che troverà sono i cristiani, come  Georgette Dossio, che piange un figlio il cui corpo non potrà mai seppellire. Seduta sulla sporcizia, sotto una tenda di legno di scarto e di teli, è confortata dai suoi vicini del campo profughi cristiano, situato nei pressi dell’aereoporto, dove ha vissuto per quasi due anni.

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Un giorno suo figlio di 35 anni era imbattuto in un gruppo di musulmani ribelli alla periferia del campo che ospita migliaia di cristiani.

“Gli hanno legato le mani dietro la schiena, sparato alla testa e poi lo tagliate a pezzi pezzo per pezzo”, racconta, con gli occhi pieni di lacrime.

Nessuno ha trovato i suoi resti. La madre può solo guardare una sua vecchia foto   e pensare ai suoi quattro nipotini orfani di padre.

In un’altra parte di Bangui, circa 15.000 musulmani sono chiusi in un quartiere chiamato PK5, dove si sono rifugiati per  paura dei miliziani cristiani noti come anti-Balaka che hanno protetto e fanno rispettare i loro confini con le granate

Questo è il vortice di violenze cristiano-musulmano in cui Papa Francesco si troverà al suo arrivo nella Repubblica Centrafricana.


Nella capitale di questo paese caotico, di 4,8 milioni di abitanti, la rabbia religiosa è esplosa  quasi due anni fa, lasciando migliaia di morti, e la violenza è ripresa di nuovo a Settembre, proprio quando sembrava che la nazione si fosse stabilizza,ta grazie all’intervento dell’ONU. Almeno 100 persone sono morte nell’ultimo bagno di sangue nei dintorno del PK5, secondo Human Rights Watch.
Tutta questa situazione ha lasciato quasi mezzo milione di centrafricani sfollati all’interno del loro paese; quasi un altro mezzo milione lo  hanno lasciato per i vicini Camerun, Ciad e Congo, il numero dei mussulmani è sceso da circa 122.000 ad appena 15.000 o giù di lì, secondo Human Rights Watch.Il Papa intende recarsi nel cuore del PK5 per incontrare i membri della comunità musulmana assediata. All’interno  il papa porterà un messaggio per aprire i cuori dei combattenti. Clero cattolico e protestante uniti per ribadire come, l’anti-Balak,a non può essere definito un movimento cristiano, dato che non violentando, saccheggiando e massacrando i civili si  rispettano gli insegnamenti di Dio

Oumar Ben Oumar. Un musulmano di 29 anni, ha perso il suo fratello più giovane Ahmed tre settimane fa, quando è stato colpito a morte nel quartiere PK5 mentre si cammina per strada. La maggior parte della famiglia di Oumar e i suoi suoceri avevano già lasciato il paese.
Oumar e sua moglie, Chamcya, vivono con i loro due figli piccoli in una piccola casa di cemento con un tetto di metallo che hanno costruito sulla base della moschea centrale di PK5, che il Papa intende visitare.

“Lo accoglieremo come un anziano della nostra comunità, se arriva”, ha detto Oumar. “Ma come possiamo avere un dialogo quando viviamo tra gli spari? Sentiamo spari mattina, mezzogiorno e sera. E’solo Dio che ci protegge”.

Oumar e la sua giovane famiglia non sognano più di tornare un giorno a loro quartiere di Miskine, dove non è rimasto un solo musulmano. Un amico ha mostrato loro il cellulare video della loro vecchia casa in rovina. Il negozio dove Oumar vendeva sapone, sale e altri oggetti è stato saccheggiato e distrutto.

Lo spargimento di sangue risale agli inizi del 2013, quando una coalizione di gruppi ribelli per lo più musulmani del nord della Repubblica Centrafricana ha rovesciato il presidente cristiano. La loro presa di potere è stata progettata più per motivi economici che ideologici, sotto il loro regime sono stati compiuti compiuto attacchi brutali contro i civili. Dopo il leader dei ribelli si fece da parte nei primi mesi del 2014, un’ondata di violenza di rappresaglia dai combattenti anti-Balaka ha costretto la maggior parte dei musulmani della capitale a fuggire.

Repubblica Centrafricana stava organizzando elezioni democratiche per dicembre, quando la morte di un giovane tassista musulmano a fine settembre ha riacceso le tensioni. In poche ore i combattenti islamici conosciuti come la Seleka hanno reagito con attacchi contro i cristiani nei quartieri circostanti il PK5.

Patricia Kpanenou. Aveva vissuto nel suo quartiere multireligioso di Ngbeguewe per 30 anni prima che le razzie dei mussulmani la spinsero  a lasciare la sua casa due mesi fa e unirsi ai profughi cristiani dell’aeroporto. I combattenti musulmani hanno ucciso il suo vicino, decapitando una donna incinta e cercando di togliere il suo bambino dal suo ventre. Lei è tornata due volte nella speranza di prendere qualcosa con lei dalla sua vita a Ngbeguewe. La prima volta, ha preso il suo materasso. La seconda volta, la casa dei genitori  era stata rasa al suolo.Tuttavia, ha detto, di essere disposta a vivere tra i musulmani di torna di nuovo la pace.

Nel quartiere PK12 lo scorso anno, i musulmani si sono riuniti prima dell’alba per pregare per l’ultima volta nella loro moschea. Dopo aver bloccato la porta con cura, si sono riunitiin un enorme convoglio di più di 1.200 persone, con una scorta armata. Qualche istante dopo, i vicini scendevano in massa per  distruggere la moschea pezzo per pezzo. Anche le forze dell’ordine rimasero guardare, poi hanno tolto le porte dai cardini  e anche preso l’altoparlante utilizzato per la chiamata alla preghiera.

Dove i musulmani hanno pregato una volta è ora c’è un campo di calcio.

da un articolo di KRISTA LARSON

20 Novembre. Un’immagine da leggere. Art. 38

Oggi  20 Novembre è il 26° anniversario dell’approvazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, il trattato sui diritti umani più ratificato nella storia. L ‘O.N.U. ha affidato all’UNICEF il compito di garantirne e promuoverne l’effettiva applicazione nei 196 Stati che l’hanno ratificata, la quasi totalità del mondo. Mancano all’appello gli U.S.A perchè la pena di morte ai ragazzi superiori di 16 anni è in vigore in alcuni stati e la Palestina, pare per opportunità politica, vista la ratifica israeliana e l’intifada. Riteniamo quindi che nel resto del mondo gli articoli di questa dichiarazione vengano rispettati. L’articolo 38 forse molti stati se lo sono scordato e oggi io lo rinnovo all’attenzione di tutti. Non si puo uccidere fino a 15 anni, ma a 16 è permesso. Evidentemente i bambini soldato inferiori a 15 anni non esistono, basta fare una ricerca. Ci sarà sempre una giustificazione per chi li usa, li addestra, li rende assassini.

 

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E’ così lontano, da noi, in Italia, questo fenomeno dell’utilizzo dei minori e il calpestare i loro diritti? I ragazzi utilizzati dalle mafie, per lo spaccio o i furti, li possiamo considerare bambini soldato? Dedicato a chi vuole riflettere.

 

Riflessione dopo Parigi: la Mauritania,sharia, schiavitù e immigrazione

Dopo i recenti fatti di Parigi ho preferito a pensare invece di commentare suoi social, i buoni e i cattivi. L’Isis persegue la creazione dello stato islamico. Quali sono ad oggi le Repubbliche Islamiche che seguono i dettami della Sharia ed evidentemete modelli dell’Isis? Sono 4: Iran, Pakistan , Afghanistan e Mauritania. Tutte per assioma nemiche dell’occidente? No, una di queste non proprio.
La Repubblica Islamica di Mauritania, che si è liberata dalla colonizzazione dalla Francia il 28 novembre 1960, si sta creando una reputazione come alleato impegnato nella lotta contro l’estremismo islamico nel Sahel. Il paese partecipa alla missione Onu di stabilizzazione multidimensionale integrata in corso in Mali (MINUSMA).
Nel dicembre 2014 ha creato il G5, una conferenza dei paesi del Sahel che comprende Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad, per lottare più efficacemente i gruppi jihadisti transnazionali. Il quotidiano di proprietà statale Horizon sottolinea come il governo non tollera interpretazioni politiche o violente del Corano. Questa strategia di pubbliche relazioni ha notevole successo: la Mauritania ha il sostegno diplomatico dell’Unione europea e degli Stati Uniti. Il generale David Rodriguez, capo del Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM), recentemente ha ringraziato il governo mauritano per il suo sostegno contro la minaccia jihadista regionale in una serie di annunci pubblicitari sponsorizzate dagli USA sui giornali della Mauritania.di contro in questo paese vi è una lotta interna sui diritti civili contro la schiavitù. Qui vi sono organizzazioni che da anni chiedono l’uguaglianza tra le caste in particolare l’abolizione della schiavitù.
Vi sono due casi  significativi di questa opposizione alle leggi governative che riguardano due uomini : Mohamed Ould Cheikh Mkheitir e Biram Dah Abeid

mauritania
Mohamed Ould Cheikh Mkheitir

30 anni, un mauro di etnia bianca “bidhan”, come si dice in Mauritania, viene arrestato il 2 gennaio 2014 da parte della polizia , per aver diffuso su Facebook un testo in arabo dal titolo “La religione, la religiosità e i fabbri”. Denuncia, nel post, la società delle caste e si dedica ad un’analisi  delle separazioni in classi nella società nel suo paese paragonandole all’atteggiamento che il profeta Maometto, presentato come settario e tribalista, teneva nei confronti degli gli ebrei del VII secolo. Per Ould Mkheitir si avvicinerebbe molto a quello che prevale nei “Zwaya” , i centri educativi religiosi costruiti in prossimità dei luoghi santi, nei confronti della casta dei fabbri, gli “harratin”, nella società mauritana di oggi. I vari gruppi e tribù maure sono il risultato di una storia sociale particolarmente complessa che si perde in epoche remote, fatte di migrazioni, conquiste e sconfitte. L’organizzazione socio/politica è molto gerarchizzata e rigorosamente divisa in classi: si ripartiscono in tribù nobili, in guerrieri di origine araba (hasan) unici ad avere il diritto a portare le armi, i marabutti di origine berbera (zwaya o tolba) che sono dediti allo studio e alla preghiera, i tributari (znaga o zenaga), i prigionieri (‘abid), gli artigiani raggruppati in caste (ma’llamin), gli stregoni e gli schiavi liberati, spesso neri, e gli artigiani, che sono considerati facenti parte dello stesso gruppo perché forniscono servizi (harratin) .
Identificato dagli islamisti, che data la sharia, sorvegliano i social , il giovane uomo è stato accusato di mettere in discussione l’organizzazione sociale dello stato utilizzando il nome del profeta.
Dopo una lunga detenzione e il processo, viene condannato a morte per apostasia 24 dicembre 2014 ,per aver rinunciato pubblicamente alla religione islamica. Egli nega pubblicamente di aver voltato le spalle all’ Islam. Ma sulla questione delle caste, persiste e scrive: “Miei fratelli fabbri, dobbiamo essere pienamente consapevoli del destino che ci ha portato ad essere cittadini di questa terra. Dobbiamo quindi difendere il nostro diritto alla piena cittadinanza e una vita dignitosa. ”
La pressione sociale è tale che la stessa madre, che pur aveva ottenuto deroghe al fine di fargli visita, cessò di farlo. Suo padre, come alto funzionario, non viene coinvolto in questo caso. Per quanto riguarda la moglie, Ould Mkheitir, viene richiamata al suo villaggio con la sua famiglia e il matrimonio viene annullato a causa del reato di apostasia.
“La pena di morte non è più applicata in Mauritania dal 1987 e non sarà probabilmente in questo caso complicato,” rassicura un giornalista mauritano. Tuttavia una parte della società civile del suo paese rimane mobilitata per difenderlo. Quattro associazioni, tra cui l’Associazione mauritana dei diritti dell’uomo (AMDH), lancia dal 24 gennaio 2015 una petizione su Change.org per chiedere la sua liberazione . Ad ora è stata sottoscritta da 3300 persone …

Biram Dah Abeid

Nella prigione di Aleg è detenuto anche un importante attivista anti-schiavitù :Biram Dah Abeid ,ex-canditato alle Presidenziali e leader del (IRA-Mauritania), nel 2014. Arrestato l’ 11 novembre 2014 ,insieme ad altri due attivisti: Brahim Bilal e Djiby Sow . Per ricordare un anno dal suo arresto, ha scritto una lettera per ricordare al mondo di una lotta costante contro la schiavitù e di chi, come lui, è in carcere per questo.

Oggi, scrivo dalla mia cella della prigione di Aleg, dove sto commemorando un triste anniversario. Per un anno intero, sono stato tenuto prigioniero. Il mio crimine: combattere la schiavitù. L’11 novembre 2014, sono stato arrestato con altri attivisti anti-schiavitù per aver organizzato una campagna pacifica contro le pratiche della schiavitù in Mauritania e per aver sensibilizzato i mauritani circa i loro diritti alla terra e per i discendenti degli schiavi.
Nel mio paese la schiavitù esiste ancora. Interi gruppi familiari appartengono alla famiglia del loro padrone e sono costretti a servire i loro proprietari tutta la loro vita. Molti discendenti degli schiavi continuano a lavorare su un terreno sul quale non hanno diritti devono dare una parte del loro raccolto a capi tradizionali.
Ho dedicato tutta la mia vita alla lotta contro la schiavitù in Mauritania. La mia casta, il harratin (il nome dato agli schiavi ed ex schiavi), è costituita da neri africani sottoposti a schiavitù dai capi arabo-berberi. Mio padre è stato liberato dal maestro di mia nonna. Sono una delle decine di milioni di discendenti degli schiavi che compongono la grande diaspora nera nel mondo arabo.
Attivisti anti-schiavitù e difensori dei diritti umani, come me, sono spesso messi in carcere. Negli ultimi cinque anni, sono stato in prigione per tre volte. Sono stato rinchiuso in occasione di eventi importanti della mia vita adulta, tra cui la nascita di mia figlia. Ho festeggiato il mio 50 ° compleanno dietro le sbarre il 12 gennaio 2015.

La lettera è datata 13 Novembre 2015 , e pochi giorni prima del processo d’appello, l’11 agosto 2015, con un’abile mossa politica, la Mauritania, in cui la schiavitù risulta ufficialmente abolita dal 1961, ha adottato una legge per la repressione della stessa, definendola crimine contro l’umanità. Ma questi uomini continuano la loro vita da reclusi per difendere i diritti di chi è schiavo. La sua attuale condizione di prigioniero di coscienza è stata denunciata anche da Amnesty International, e Biram Dah Abeid è soprannominato “il Mandela della Mauritania”.

Tornando all’attualità trovo una mappa in rete che descrive il passaggio dei profughi che dalla Siria passano in  Libano e raggiungono in aereo la Mauritania per poi intraprendere il viaggio verso Spagna e Italia. La propongo come riflessione a chi pensa di poter controllare i flussi migratori con provenienze e determinazione.

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Tornando alla lotta di  uomini come Biram Dah Abeid  per la libertà della propria gente bisogna sempre  ricordare chi è morto a Parigi e nel mondo intero per mano di violenti, che non hanno dalla loro la forza delle idee giustizia, uguaglianza e fraternità tra i popoli

L’utilizzo di un delitto passionale : la “Kristallnacht”.

Il 7 novembre 1938, di prima mattina, a Parigi, un ebreo-polaco diciassettenne, Herschel Grynszpan, si reca all’ambasciata tedesca dove spara tre colpi all’addome contro il barone Erns Von Rath, giovane diplomatico di 29 anni che muore due giorni dopo. L’assassinio finisce su tutte le prime pagine dei quotidiani tedeschi, su istruzioni del ministro della propaganda Joseph Goebbels. Grynszpan, stranamente, non fa alcun tentativo di resistere o fuggire e viene preso in custodia dalla polizia francese e poi immediatamente dopo dalla Gestapo. L’assassinio pare sia stato compiuto per ragioni politiche, si parla di un biglietto ritrovato nelle sue tasche che lo comproverebbe in cui rivendicava la volontà di colpire un tedesco per delitti contro 12.000 ebrei polacchi, ma è in realtà riconducibile solo ad ad una

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Herschel Grynszpan

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Ernst vom Rath

vendetta personale. E’ appurata una probabile relazione tra vom Rath, ben conosciuto in quel tempo a Parigi come omosessuale e soprannominato Madame Ambassadeur e Notre Dame de Paris nei circoli gay parigini. Secondo lo storico tedesco Döscher, autore del libro “La notte dei cristalli” del 2000, egli incontrò Grynszpan nel locale omosessuale Le Boeuf sur le Toit. Non si è riuscito ad appurare  se Grynszpan fosse realmente omosessuale o se volesse sfruttare la sua indubbia avvenenza per conquistare un amico potente. Vom Rath avrebbe promesso di utilizzare la propria influenza per regolarizzare la posizione di Grynszpan in Francia, ma quando capì che non avrebbe mantenuto la parola data, Grynszpan sarebbe andato all’ambasciata per ucciderlo. Pare che tutto questo si sapesse a Berlino, ma poco importava il perchè fosse accaduto, era arrivata l’opportunutà tanto attesa dal Goebbels. Un omicidio passionale, non sicuramente consono alle idee del Reich, diventa necessariamente e per scelta un omicidio politico di un ebreo contro un esponente nazista. Su quell’atto si basa la legittimazione della persecuzione antisemita. E’ il fattore scatenante che raccorda in una azione violenta, senza precedenti, tutte le leggi razziali promulgate. Nella notte tra il 9 ed il 10 Novembre del 1938 si compie il pogrom condotto in Austria, Germania e Cecoslovacchia contro la popolazione ebraica. Un breve cenno sul significato di “pogrom”: termine di derivazione russa che significa letteralmente «devastazione», con cui vengono indicate le sommosse popolari antisemite, e i conseguenti massacri e saccheggi avvenuti nel corso della storia russa. In particolare nel quarantennio compreso tra il 1881 e il 1921, con il consenso delle autorità. In senso più ampio, viene utilizzato in riferimento a tutti gli episodi di violenza, danno materiale e spesso strage, contro gli ebrei nella storia. Quella notte si ricordò come la  “Notte dei cristalli” (Reichskristallnacht o Kristallnacht, ma anche Reichspogromnacht o Novemberpogrom). Settemilacinquecento negozi ebraici distrutti durante la notte, quasi tutte le sinagoghe incendiate o distrutte (secondo i dati ufficiali erano stati 191 i templi ebraici dati alle fiamme, e altri 76 distrutti da atti vandalici). Il numero delle vittime decedute per assassinio o in conseguenza di maltrattamenti, atti terroristici o disperazione ammontava a varie centinaia, senza contare i suicidi. Circa 30 000 ebrei furono deportati nei campi di concentramento di Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen. Relativamente al campo di Dachau, nel giro di due settimane vennero internati oltre 13 000 ebrei; quasi tutti furono liberati nei mesi successivi (anche se oltre 700 persero la vita nel campo), ma solo dopo esser stati privati della maggior parte dei loro beni. Questa notte deve servire a valutare come nel nostro tempo sia necessario porre attenzione ai vari episodi di violenza ed emarginazione che a cadenza quasi quotidiana accadono ancora oggi, come le aggressioni fisiche e verbali nei confronti degli oppressi, dei diversi, dei lontani da parte di chi si ritiene “superiore”. Tutto questo per ricordare come la storia aiuti ad interpretare il nostro presente per poter comprendere l’importanza dell’investire in cultura, per creare le condizioni che fatti di questa matrice scompaiano dal nostro futuro.