Tu devi scegliere, nella vita: o faccio ponti, o faccio muri

Papa Francesco parla ai ragazzi   di quanto il comprendere, il collaborare, lo stare insieme e la tolleranza siano le basi per vivere una vita nella pace. Invece,  vivendo nell’intolleranza , senza il rispetto e nell’insulto, si creano solo odio ed insofferenza e si innalzano i muri della incomprensione . Un nostro video dalla GMG 2016 , con le parole del Papa,

Tu devi scegliere, nella vita: o faccio ponti, o faccio muri. I muri dividono e l’odio cresce: quando c’è divisione, cresce l’odio. I ponti uniscono, e quando c’è il ponte l’odio può andarsene via, perché io posso sentire l’altro, parlare con l’altro. A me piace pensare e dire che noi abbiamo, nelle nostre possibilità di tutti i giorni, la capacità di fare un ponte umano. Quando tu stringi la mano a un amico, a una persona, tu fai un ponte umano. Tu fai un ponte. Invece, quando tu colpisci un altro, insulti un altro, tu costruisci un muro. L’odio cresce sempre con i muri. Alle volte, succede che tu voglia fare il ponte e ti lasciano con la mano tesa e dall’altra parte non te la prendono: sono le umiliazioni che nella vita noi dobbiamo subire per fare qualcosa di buono. Ma sempre fare i ponti. E tu sei venuto qui: sei stato fermato e rimandato a casa; poi hai fatto una scommessa per il ponte e per tornare un’altra volta: questo è l’atteggiamento, sempre. C’è una difficoltà che mi impedisce qualcosa? Torno indietro e vado avanti, torno e vado avanti. Questo è quello che noi dobbiamo fare: fare dei ponti. Non lasciarsi cadere a terra, non andare così: “mah, non posso…”, no, sempre cercare il modo di fare ponti. Voi siete lì: con le mani, fate ponti, voi tutti! Prendete le mani… ecco. Voglio vedere tanti ponti umani… Ecco, così: alzate bene le mani. E’ così. Questo è il programma di vita: fare ponti, ponti umani.

Papa Francesco  GMG 2016 Polonia

 

 

Bambini di Colette: infanzie rubate

L’unica colpa di questi bambini è quella di essere nati, cresciuti in un contesto sociale debole e fragile, spesso soli, senza una famiglia.

Queste sono le parole conclusive di un articolo, letto ieri, di Cornelia I. Toelgyes , Africa-express.info , sui bambini rinchiusi nelle carceri in Sierra Leone. Oggi, abbiamo la possibilità di restituire un pò di dignitá a quelle infanzie che nel mondo non hanno avuto la possibilitá di essere vissute. Svegliamo le nostre coscienze.

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Allontaniamo l’apatia del non partecipare,  andiamo ad ascoltare Colette. Quei racconti stimolano l’anima troppo sopita da tutte cose che ci circondano che ci rendono spesso inutili per noi e per gli altri . Un solo pensiero: Io che oggi non andró ad ascoltarla e perchè ho da fare cose veramente più importanti  per la mia anima? In tutto questo avremmo anche la possibilitá di provare una emozione in più: come la sensibilitá di un artista reagisce a quei racconti. Il Maestro Stefano Cianti dipingerá le parole e il racconto di Colette, rendendole anche visivamente indelebili e sará sicuramente una esperienza per crescere, per conoscere e comprendere. Per poterci aiutare a guardare dentro di noi e trovare la bellezza e la coscienza del nostro cuore

Wole Soyinka : Italia e Nigeria sono anime gemelle

Akinwande Oluwole “Wole” Soyinka, nato ad Abeokuta (Nigeria) nel 1934, è considerato uno dei massimi poeti e drammaturghi africani di lingua inglese del Novecento. Nel 1986 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura

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ritratto e foto di Wole Soyinka © noneuncontinentenero

“Cosa hanno in comune Italia e Nigeria: la volubilità, il senso della famiglia, la verve artistica, la disposizione lirica – basta paragonare le canzoni napoletane con quelle di Calabar e quelle yoruba – il peperoncino, il disordine sociale, la vostra polenta e la nostra farina, il vostro osso buco e il nostro mokontan, la corruzione e i disegni criminali che coinvolgono tutto il settore pubblico, la concretezza e la disinvoltura. Quale capo di stato, se non un italiano, avrebbe mai graziosamente ammesso di avere portato la cultura africana a palazzo – col bunga-bunga! E poi ci meravigliamo che dei e santi si siano incontrati e amalgamati in America Latina! Come mai le prostitute nigeriane – o meglio, chi sta dietro al racket – sono di gran lunga più presenti in Italia che nelle altre nazioni europee? I nostri due paesi sono anime gemelle!”

leggi articolo da www.doppiozero.com

 

 

Human Rights Watch: In Italia solo 26 su 5.684 notizie date dalla televisione sugli immigrati non sono riferite a questioni di criminalità o alla sicurezza

Da uno studio condotto dall’Università della Sapienza di Roma è emerso che  solo 26 su 5.684 notizie date dalla televisione sugli immigrati non si sono riferite a questioni di criminalità o alla sicurezza – un dato statistico che Navi Pillay, magistrato sudafricano, giudice della Corte Penale Internazionale,che ricopre la carica di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha definito “sbalorditivo.”

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La televisione è la principale fonte di notizie per l’80 per cento della popolazione italiana. Quindi i responsabili dell’informazione e dei media non aiutano certo il processo di integrazione

Un razzismo crescente e pervasivo influenza ogni aspetto della vita, ha osservato Chiara (uno pseudonimo), una donna italiana abitante nel quartiere di Tor Bella Monaca di Roma, che nella routine quotidiana ha visto crescervi l’odio e strisciarvi sempre più la violenza. Chiara ha raccontato a Human Rights Watch che altre madri si lamentano con lei che qui “vedo solo negro, sono diventati tutti africani. C’è posto al nido per loro ma non per me.” Un giovane le ha detto: “I rumeni hanno il rubare nel loro DNA. Io lavoro con un rumeno, ma di notte siami nemici e se lo vedo, lo pesto.” Chiara stava parlando con una amica marocchina sull’autobus un giorno quando un altro passeggero l’ha sgridata così: “Se parla con loro, non se ne vanno più!” Un amico rumeno di Chiara ha comprato una bicicletta in modo da poter evitare gli insulti che regolarmente riceve sui mezzi pubblici. Ha detto che la guardia del supermercato di quartiere ha detto a sua figlia di starle vicina “perché c’erano gli zingari che rubano i bimbi.”

8 febbraio : Giornata mondiale contro la schiavitù. A Sutri (VT) il 14 Febbraio un film sulla tratta delle donne nigeriane

“La tratta è un crimine transnazionale che sconvolge la vita di migliaia di persone ed è causa di inaudite sofferenze”

Affronteremo questo argomento a Sutri (VT) il 14/02/2016 presso il Colle Diana Cafè alle ore 17.30 dove insieme a Giuseppe Carrisi e alla sua associazione, Pizzicarms, assisteremo alla visione del film: ” Le figlie di Mami Wata”, sulla tratta delle donne nigeriane per sfruttamento sessuale.

webFiglie di mami Wata

Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, le donne nigeriane arrivate via mare in Italia a fine settembre 2015 sono state 4.371. L’anno scorso, nello stesso periodo, erano state 1.008.

“Stimiamo che l’80 per cento delle ragazze nigeriane siano vittime di tratta”, dice Federico Soda, dir. Uff di Coordinamento per il Mediterraneo dell’OIM. “molte di loro provengono dalla regione di Edo, dove vengono adescate e sottoposte a cerimonie voodoo: riti attraverso i quali viene loro imposto un ricatto psicologico, nella convinzione che qualsiasi tentativo di fuga o ribellione dai loro trafficanti causerà sventure ai propri cari.”

“Si tratta di un tema al quale l’OIM dedica da anni il proprio impegno tramite progetti volti a promuovere attività di prevenzione e a favorire lo sviluppo di norme giuridiche in grado di contrastare questo crimine, garantendo assistenza alle vittime e sviluppando una conoscenza più approfondita del modus operandi del crimine organizzato”.

“Purtroppo”, continua Soda, “dobbiamo registrare un aumento delle vittime di tratta. Da qualche mese osserviamo un incremento esponenziale di arrivi via mare di donne africane, provenienti in modo particolare dalla Nigeria. Molte di loro hanno caratteristiche e raccontano storie che ci fanno capire di trovarci in presenza di vittime di tratta. Siamo preoccupati in particolare dell’aumento delle ragazze minorenni, che spesso dichiarano di essere maggiorenni perché costrette dai loro trafficanti, che pensano cosi di riuscire a disporre di loro in maniera più libera”.

La giornata della memoria è una lavatrice lavacoscienze

Sulla memoria, si possono fare dei bilanci, delle considerazioni, delle scelte, perché credo che uno scrittore, un poeta, uno scienziato, un lettore, un agricoltore, un uomo, uno che non ha memoria è un pover’uomo. Non si tratta di ricordare la scadenza di una data, ma qualche cosa di più, che dà molto valore alla vita.
Mario Rigoni Sten internato nel campo di concentramento di Hohenstein

 

Oggi qualsiasi cosa si dica o si scriva si diventa  cinici, evocativi, qualunquisti, radical chic o ripetitivi. Il  1º novembre 2005 si è stabilito con la risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio,  giorno nel 1945 in cui truppe dell’Armata Rossa entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz. Noi italiani ci eravamo avvantaggiati con gli articoli 1 e 2 della legge n. 211 del 20 luglio 2000 in cui si riconosceva questo giorno come : “Giorno della Memoria”, questo è l’iter stabilito per ricordare istituzionalmente la Shoah (in lingua ebraica significa : catastrofe, distruzione).
E prima di questa data come si faceva a commemorare? Io ricordo di essere andato con la scuola nel 1975 a visitare ghetto e Sinagoga per il 16 ottobre, data del rastrellamento del ghetto di Roma e durante l’anno di aver parlato con i professori del concetto di stato totalitario e ancora ricordo le strade percorse al portico d’Ottavia e un signore con le lacrime agli occhi che ci raccontava i fatti accaduti.

Ma ora, in questa data e trovandoci nell’era comunicativa per eccellenza, non manca un bombardamento mediatico che ci dica tutto sull’olocausto. Sui social e a livello televisivo. Documentari, fiction, rassegne stampa, speciali dei tg nel corso dell’intera giornata , e tutto questo per poi generare, ad un certo punto, una sensazione di “stanchezza” . Poi pensiamo alla giornata nelle scuole, e al docente di turno a cui sicuramente verrà posta questa obiezione: “La Shoah ? Ma Prof , sappiamo cosa è successo”. E il giudizio che verrà dato sarà sulla solita gioventù apatica e priva di valori.

Questo è quello che noto da quando si è deciso di relegare questa tragedia escusivamente ad una data. Pronunciare oggi la parola Shoah con un hastag basta per convogliare l’attenzione. Eppure tutti i giorni dell’anno abbiamo occasione di celebrare la memoria di una Shoah. Pensiamo alla catastofe e la distruzione che è presente nel mondo mentre si calpestano i diritti di bambini donne e uomini per gli interessi della globalizzazione, perchè il coltan serve ai nostri cellulare e non è importante che si generi un olocausto per ottenerlo, per il petrolio nel delta del Niger, per le materie prime nei paesi in via di sviluppo. Basta che si ricordi chi è morto per liberarci dalla guerra, nei campi di sterminio o sulle strade contro la criminalità o per battaglie sociali.

Il ricordo non può essere relegato ad una abitudine.

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La commemorazione, a mio giudizio, ha valore solo con la pratica, con la consapevolezza che ognuno deve avere di quello che significa passare attraverso la discriminazione. La subiamo e noi stessi la creiamo ogni giorno nei confronti degli altri, considerando e  generalizzando su persone, società e tempi che ci circondano. Per rendersene conto basta un passaggio sui post. Gli stessi che accusano, insultano e sentenziano oggi scrivono di tolleranza, memoria e diritti.

Non sarebbe piu coerente fermarsi a riflettere, a pregare per quelle anime, ad onorarle con la nostra vita e ad indignarci ogni momento per le guerre e i massacri che anche oggi devastano il mondo, praticare la tolleranza, tanto sbandierata, con chi ci è vicino e tende le mani?

E’ più facile gettare tutto nella grande lavatrice pubblica del 27 gennaio, parlando dello sterminio di Ebrei/zingari/handicappati/omosessuali etc., con la sicurezza di avere così ottenuto una coscienza bella pulita.

Riflessione dopo Parigi: la Mauritania,sharia, schiavitù e immigrazione

Dopo i recenti fatti di Parigi ho preferito a pensare invece di commentare suoi social, i buoni e i cattivi. L’Isis persegue la creazione dello stato islamico. Quali sono ad oggi le Repubbliche Islamiche che seguono i dettami della Sharia ed evidentemete modelli dell’Isis? Sono 4: Iran, Pakistan , Afghanistan e Mauritania. Tutte per assioma nemiche dell’occidente? No, una di queste non proprio.
La Repubblica Islamica di Mauritania, che si è liberata dalla colonizzazione dalla Francia il 28 novembre 1960, si sta creando una reputazione come alleato impegnato nella lotta contro l’estremismo islamico nel Sahel. Il paese partecipa alla missione Onu di stabilizzazione multidimensionale integrata in corso in Mali (MINUSMA).
Nel dicembre 2014 ha creato il G5, una conferenza dei paesi del Sahel che comprende Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad, per lottare più efficacemente i gruppi jihadisti transnazionali. Il quotidiano di proprietà statale Horizon sottolinea come il governo non tollera interpretazioni politiche o violente del Corano. Questa strategia di pubbliche relazioni ha notevole successo: la Mauritania ha il sostegno diplomatico dell’Unione europea e degli Stati Uniti. Il generale David Rodriguez, capo del Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM), recentemente ha ringraziato il governo mauritano per il suo sostegno contro la minaccia jihadista regionale in una serie di annunci pubblicitari sponsorizzate dagli USA sui giornali della Mauritania.di contro in questo paese vi è una lotta interna sui diritti civili contro la schiavitù. Qui vi sono organizzazioni che da anni chiedono l’uguaglianza tra le caste in particolare l’abolizione della schiavitù.
Vi sono due casi  significativi di questa opposizione alle leggi governative che riguardano due uomini : Mohamed Ould Cheikh Mkheitir e Biram Dah Abeid

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Mohamed Ould Cheikh Mkheitir

30 anni, un mauro di etnia bianca “bidhan”, come si dice in Mauritania, viene arrestato il 2 gennaio 2014 da parte della polizia , per aver diffuso su Facebook un testo in arabo dal titolo “La religione, la religiosità e i fabbri”. Denuncia, nel post, la società delle caste e si dedica ad un’analisi  delle separazioni in classi nella società nel suo paese paragonandole all’atteggiamento che il profeta Maometto, presentato come settario e tribalista, teneva nei confronti degli gli ebrei del VII secolo. Per Ould Mkheitir si avvicinerebbe molto a quello che prevale nei “Zwaya” , i centri educativi religiosi costruiti in prossimità dei luoghi santi, nei confronti della casta dei fabbri, gli “harratin”, nella società mauritana di oggi. I vari gruppi e tribù maure sono il risultato di una storia sociale particolarmente complessa che si perde in epoche remote, fatte di migrazioni, conquiste e sconfitte. L’organizzazione socio/politica è molto gerarchizzata e rigorosamente divisa in classi: si ripartiscono in tribù nobili, in guerrieri di origine araba (hasan) unici ad avere il diritto a portare le armi, i marabutti di origine berbera (zwaya o tolba) che sono dediti allo studio e alla preghiera, i tributari (znaga o zenaga), i prigionieri (‘abid), gli artigiani raggruppati in caste (ma’llamin), gli stregoni e gli schiavi liberati, spesso neri, e gli artigiani, che sono considerati facenti parte dello stesso gruppo perché forniscono servizi (harratin) .
Identificato dagli islamisti, che data la sharia, sorvegliano i social , il giovane uomo è stato accusato di mettere in discussione l’organizzazione sociale dello stato utilizzando il nome del profeta.
Dopo una lunga detenzione e il processo, viene condannato a morte per apostasia 24 dicembre 2014 ,per aver rinunciato pubblicamente alla religione islamica. Egli nega pubblicamente di aver voltato le spalle all’ Islam. Ma sulla questione delle caste, persiste e scrive: “Miei fratelli fabbri, dobbiamo essere pienamente consapevoli del destino che ci ha portato ad essere cittadini di questa terra. Dobbiamo quindi difendere il nostro diritto alla piena cittadinanza e una vita dignitosa. ”
La pressione sociale è tale che la stessa madre, che pur aveva ottenuto deroghe al fine di fargli visita, cessò di farlo. Suo padre, come alto funzionario, non viene coinvolto in questo caso. Per quanto riguarda la moglie, Ould Mkheitir, viene richiamata al suo villaggio con la sua famiglia e il matrimonio viene annullato a causa del reato di apostasia.
“La pena di morte non è più applicata in Mauritania dal 1987 e non sarà probabilmente in questo caso complicato,” rassicura un giornalista mauritano. Tuttavia una parte della società civile del suo paese rimane mobilitata per difenderlo. Quattro associazioni, tra cui l’Associazione mauritana dei diritti dell’uomo (AMDH), lancia dal 24 gennaio 2015 una petizione su Change.org per chiedere la sua liberazione . Ad ora è stata sottoscritta da 3300 persone …

Biram Dah Abeid

Nella prigione di Aleg è detenuto anche un importante attivista anti-schiavitù :Biram Dah Abeid ,ex-canditato alle Presidenziali e leader del (IRA-Mauritania), nel 2014. Arrestato l’ 11 novembre 2014 ,insieme ad altri due attivisti: Brahim Bilal e Djiby Sow . Per ricordare un anno dal suo arresto, ha scritto una lettera per ricordare al mondo di una lotta costante contro la schiavitù e di chi, come lui, è in carcere per questo.

Oggi, scrivo dalla mia cella della prigione di Aleg, dove sto commemorando un triste anniversario. Per un anno intero, sono stato tenuto prigioniero. Il mio crimine: combattere la schiavitù. L’11 novembre 2014, sono stato arrestato con altri attivisti anti-schiavitù per aver organizzato una campagna pacifica contro le pratiche della schiavitù in Mauritania e per aver sensibilizzato i mauritani circa i loro diritti alla terra e per i discendenti degli schiavi.
Nel mio paese la schiavitù esiste ancora. Interi gruppi familiari appartengono alla famiglia del loro padrone e sono costretti a servire i loro proprietari tutta la loro vita. Molti discendenti degli schiavi continuano a lavorare su un terreno sul quale non hanno diritti devono dare una parte del loro raccolto a capi tradizionali.
Ho dedicato tutta la mia vita alla lotta contro la schiavitù in Mauritania. La mia casta, il harratin (il nome dato agli schiavi ed ex schiavi), è costituita da neri africani sottoposti a schiavitù dai capi arabo-berberi. Mio padre è stato liberato dal maestro di mia nonna. Sono una delle decine di milioni di discendenti degli schiavi che compongono la grande diaspora nera nel mondo arabo.
Attivisti anti-schiavitù e difensori dei diritti umani, come me, sono spesso messi in carcere. Negli ultimi cinque anni, sono stato in prigione per tre volte. Sono stato rinchiuso in occasione di eventi importanti della mia vita adulta, tra cui la nascita di mia figlia. Ho festeggiato il mio 50 ° compleanno dietro le sbarre il 12 gennaio 2015.

La lettera è datata 13 Novembre 2015 , e pochi giorni prima del processo d’appello, l’11 agosto 2015, con un’abile mossa politica, la Mauritania, in cui la schiavitù risulta ufficialmente abolita dal 1961, ha adottato una legge per la repressione della stessa, definendola crimine contro l’umanità. Ma questi uomini continuano la loro vita da reclusi per difendere i diritti di chi è schiavo. La sua attuale condizione di prigioniero di coscienza è stata denunciata anche da Amnesty International, e Biram Dah Abeid è soprannominato “il Mandela della Mauritania”.

Tornando all’attualità trovo una mappa in rete che descrive il passaggio dei profughi che dalla Siria passano in  Libano e raggiungono in aereo la Mauritania per poi intraprendere il viaggio verso Spagna e Italia. La propongo come riflessione a chi pensa di poter controllare i flussi migratori con provenienze e determinazione.

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Tornando alla lotta di  uomini come Biram Dah Abeid  per la libertà della propria gente bisogna sempre  ricordare chi è morto a Parigi e nel mondo intero per mano di violenti, che non hanno dalla loro la forza delle idee giustizia, uguaglianza e fraternità tra i popoli