Bambini di Colette: infanzie rubate

L’unica colpa di questi bambini è quella di essere nati, cresciuti in un contesto sociale debole e fragile, spesso soli, senza una famiglia.

Queste sono le parole conclusive di un articolo, letto ieri, di Cornelia I. Toelgyes , Africa-express.info , sui bambini rinchiusi nelle carceri in Sierra Leone. Oggi, abbiamo la possibilità di restituire un pò di dignitá a quelle infanzie che nel mondo non hanno avuto la possibilitá di essere vissute. Svegliamo le nostre coscienze.

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Allontaniamo l’apatia del non partecipare,  andiamo ad ascoltare Colette. Quei racconti stimolano l’anima troppo sopita da tutte cose che ci circondano che ci rendono spesso inutili per noi e per gli altri . Un solo pensiero: Io che oggi non andró ad ascoltarla e perchè ho da fare cose veramente più importanti  per la mia anima? In tutto questo avremmo anche la possibilitá di provare una emozione in più: come la sensibilitá di un artista reagisce a quei racconti. Il Maestro Stefano Cianti dipingerá le parole e il racconto di Colette, rendendole anche visivamente indelebili e sará sicuramente una esperienza per crescere, per conoscere e comprendere. Per poterci aiutare a guardare dentro di noi e trovare la bellezza e la coscienza del nostro cuore

Blaise Pascal e Facebook

Tra i tanti saggi sui social, nel 1669 vengono pubblicati i Pensieri di  Blaise Pascal,  come Opera Postuma, e tra essi si trova un monito sull’uso che ne facciamo.

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Noi non ci accontentiamo della vita che abbiamo in  noi e nel nostro proprio essere: vogliamo vivere nel concetto degli altri una vita immaginaria, e ci sforziamo per questo di crearne le apparenze.
Lavoriamo incessantemente ad abbellire e a conservare il nostro essere immaginario, e trascuriamo quello vero.

 

Parole che fanno ricordare che il pensiero dell’uomo non cede di fronte al tempo, e dimostra la potenza della meditazione, che nel mondo contemporaneo a molti è sconosciuta. La forza del silenzio , che genera  idee che rimangono nel tempo; un dono per le future generazioni. Parole che ci aiutano a percorrere, comprendere e prevedere quello che accade. La frase di Pascal è una teorizzazione della vanità di 350 anni fa, meditata nel quiete e nel buio di un mondo  lontano.  Parole che ora, nel tempo di Facebook è dei Social ci servono per riflettere. In un mondo dove i suoni, le luci e le immagini di un vivere frenetico ci fanno riflettere poche volte e solo in un modo finalizzato. Non si usa forse la mente per creare un post o un contatto di business o scegliere dove andare,  in che festa o raduno, per dimostrare la propria appartenenza a un gruppo ?

Siamo in un periodo dove si passa il giorno a curare il proprio profilo, piuttosto che capire dove vai e chi sei. Facebook è una vetrina, un luogo dove scegliere come apparire agli altri, il luogo dove il consenso si ha sempre e il diniego ci rende visibili. Dove ci si nasconde e ci si mostra allo stesso tempo, dove si riesce ad avere amici, senza il confronto e i conflitti  che  rendono  un rapporto reale,  spesso difficile, ma sempre gratificante.

Chi se la sente di ribellarsi da  chi vuole l’omologazione come controllo, difenda la propria identità dalla massificazione. Affronti il silenzio che ci è negato e ci costringe al confronto con noi stessi e i nostri pari. Non si faccia diventare reale un profilo immaginario.

Wole Soyinka : Italia e Nigeria sono anime gemelle

Akinwande Oluwole “Wole” Soyinka, nato ad Abeokuta (Nigeria) nel 1934, è considerato uno dei massimi poeti e drammaturghi africani di lingua inglese del Novecento. Nel 1986 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura

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ritratto e foto di Wole Soyinka © noneuncontinentenero

“Cosa hanno in comune Italia e Nigeria: la volubilità, il senso della famiglia, la verve artistica, la disposizione lirica – basta paragonare le canzoni napoletane con quelle di Calabar e quelle yoruba – il peperoncino, il disordine sociale, la vostra polenta e la nostra farina, il vostro osso buco e il nostro mokontan, la corruzione e i disegni criminali che coinvolgono tutto il settore pubblico, la concretezza e la disinvoltura. Quale capo di stato, se non un italiano, avrebbe mai graziosamente ammesso di avere portato la cultura africana a palazzo – col bunga-bunga! E poi ci meravigliamo che dei e santi si siano incontrati e amalgamati in America Latina! Come mai le prostitute nigeriane – o meglio, chi sta dietro al racket – sono di gran lunga più presenti in Italia che nelle altre nazioni europee? I nostri due paesi sono anime gemelle!”

leggi articolo da www.doppiozero.com

 

 

Human Rights Watch: In Italia solo 26 su 5.684 notizie date dalla televisione sugli immigrati non sono riferite a questioni di criminalità o alla sicurezza

Da uno studio condotto dall’Università della Sapienza di Roma è emerso che  solo 26 su 5.684 notizie date dalla televisione sugli immigrati non si sono riferite a questioni di criminalità o alla sicurezza – un dato statistico che Navi Pillay, magistrato sudafricano, giudice della Corte Penale Internazionale,che ricopre la carica di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha definito “sbalorditivo.”

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La televisione è la principale fonte di notizie per l’80 per cento della popolazione italiana. Quindi i responsabili dell’informazione e dei media non aiutano certo il processo di integrazione

Un razzismo crescente e pervasivo influenza ogni aspetto della vita, ha osservato Chiara (uno pseudonimo), una donna italiana abitante nel quartiere di Tor Bella Monaca di Roma, che nella routine quotidiana ha visto crescervi l’odio e strisciarvi sempre più la violenza. Chiara ha raccontato a Human Rights Watch che altre madri si lamentano con lei che qui “vedo solo negro, sono diventati tutti africani. C’è posto al nido per loro ma non per me.” Un giovane le ha detto: “I rumeni hanno il rubare nel loro DNA. Io lavoro con un rumeno, ma di notte siami nemici e se lo vedo, lo pesto.” Chiara stava parlando con una amica marocchina sull’autobus un giorno quando un altro passeggero l’ha sgridata così: “Se parla con loro, non se ne vanno più!” Un amico rumeno di Chiara ha comprato una bicicletta in modo da poter evitare gli insulti che regolarmente riceve sui mezzi pubblici. Ha detto che la guardia del supermercato di quartiere ha detto a sua figlia di starle vicina “perché c’erano gli zingari che rubano i bimbi.”

8 febbraio : Giornata mondiale contro la schiavitù. A Sutri (VT) il 14 Febbraio un film sulla tratta delle donne nigeriane

“La tratta è un crimine transnazionale che sconvolge la vita di migliaia di persone ed è causa di inaudite sofferenze”

Affronteremo questo argomento a Sutri (VT) il 14/02/2016 presso il Colle Diana Cafè alle ore 17.30 dove insieme a Giuseppe Carrisi e alla sua associazione, Pizzicarms, assisteremo alla visione del film: ” Le figlie di Mami Wata”, sulla tratta delle donne nigeriane per sfruttamento sessuale.

webFiglie di mami Wata

Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, le donne nigeriane arrivate via mare in Italia a fine settembre 2015 sono state 4.371. L’anno scorso, nello stesso periodo, erano state 1.008.

“Stimiamo che l’80 per cento delle ragazze nigeriane siano vittime di tratta”, dice Federico Soda, dir. Uff di Coordinamento per il Mediterraneo dell’OIM. “molte di loro provengono dalla regione di Edo, dove vengono adescate e sottoposte a cerimonie voodoo: riti attraverso i quali viene loro imposto un ricatto psicologico, nella convinzione che qualsiasi tentativo di fuga o ribellione dai loro trafficanti causerà sventure ai propri cari.”

“Si tratta di un tema al quale l’OIM dedica da anni il proprio impegno tramite progetti volti a promuovere attività di prevenzione e a favorire lo sviluppo di norme giuridiche in grado di contrastare questo crimine, garantendo assistenza alle vittime e sviluppando una conoscenza più approfondita del modus operandi del crimine organizzato”.

“Purtroppo”, continua Soda, “dobbiamo registrare un aumento delle vittime di tratta. Da qualche mese osserviamo un incremento esponenziale di arrivi via mare di donne africane, provenienti in modo particolare dalla Nigeria. Molte di loro hanno caratteristiche e raccontano storie che ci fanno capire di trovarci in presenza di vittime di tratta. Siamo preoccupati in particolare dell’aumento delle ragazze minorenni, che spesso dichiarano di essere maggiorenni perché costrette dai loro trafficanti, che pensano cosi di riuscire a disporre di loro in maniera più libera”.

La giornata della memoria è una lavatrice lavacoscienze

Sulla memoria, si possono fare dei bilanci, delle considerazioni, delle scelte, perché credo che uno scrittore, un poeta, uno scienziato, un lettore, un agricoltore, un uomo, uno che non ha memoria è un pover’uomo. Non si tratta di ricordare la scadenza di una data, ma qualche cosa di più, che dà molto valore alla vita.
Mario Rigoni Sten internato nel campo di concentramento di Hohenstein

 

Oggi qualsiasi cosa si dica o si scriva si diventa  cinici, evocativi, qualunquisti, radical chic o ripetitivi. Il  1º novembre 2005 si è stabilito con la risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio,  giorno nel 1945 in cui truppe dell’Armata Rossa entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz. Noi italiani ci eravamo avvantaggiati con gli articoli 1 e 2 della legge n. 211 del 20 luglio 2000 in cui si riconosceva questo giorno come : “Giorno della Memoria”, questo è l’iter stabilito per ricordare istituzionalmente la Shoah (in lingua ebraica significa : catastrofe, distruzione).
E prima di questa data come si faceva a commemorare? Io ricordo di essere andato con la scuola nel 1975 a visitare ghetto e Sinagoga per il 16 ottobre, data del rastrellamento del ghetto di Roma e durante l’anno di aver parlato con i professori del concetto di stato totalitario e ancora ricordo le strade percorse al portico d’Ottavia e un signore con le lacrime agli occhi che ci raccontava i fatti accaduti.

Ma ora, in questa data e trovandoci nell’era comunicativa per eccellenza, non manca un bombardamento mediatico che ci dica tutto sull’olocausto. Sui social e a livello televisivo. Documentari, fiction, rassegne stampa, speciali dei tg nel corso dell’intera giornata , e tutto questo per poi generare, ad un certo punto, una sensazione di “stanchezza” . Poi pensiamo alla giornata nelle scuole, e al docente di turno a cui sicuramente verrà posta questa obiezione: “La Shoah ? Ma Prof , sappiamo cosa è successo”. E il giudizio che verrà dato sarà sulla solita gioventù apatica e priva di valori.

Questo è quello che noto da quando si è deciso di relegare questa tragedia escusivamente ad una data. Pronunciare oggi la parola Shoah con un hastag basta per convogliare l’attenzione. Eppure tutti i giorni dell’anno abbiamo occasione di celebrare la memoria di una Shoah. Pensiamo alla catastofe e la distruzione che è presente nel mondo mentre si calpestano i diritti di bambini donne e uomini per gli interessi della globalizzazione, perchè il coltan serve ai nostri cellulare e non è importante che si generi un olocausto per ottenerlo, per il petrolio nel delta del Niger, per le materie prime nei paesi in via di sviluppo. Basta che si ricordi chi è morto per liberarci dalla guerra, nei campi di sterminio o sulle strade contro la criminalità o per battaglie sociali.

Il ricordo non può essere relegato ad una abitudine.

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La commemorazione, a mio giudizio, ha valore solo con la pratica, con la consapevolezza che ognuno deve avere di quello che significa passare attraverso la discriminazione. La subiamo e noi stessi la creiamo ogni giorno nei confronti degli altri, considerando e  generalizzando su persone, società e tempi che ci circondano. Per rendersene conto basta un passaggio sui post. Gli stessi che accusano, insultano e sentenziano oggi scrivono di tolleranza, memoria e diritti.

Non sarebbe piu coerente fermarsi a riflettere, a pregare per quelle anime, ad onorarle con la nostra vita e ad indignarci ogni momento per le guerre e i massacri che anche oggi devastano il mondo, praticare la tolleranza, tanto sbandierata, con chi ci è vicino e tende le mani?

E’ più facile gettare tutto nella grande lavatrice pubblica del 27 gennaio, parlando dello sterminio di Ebrei/zingari/handicappati/omosessuali etc., con la sicurezza di avere così ottenuto una coscienza bella pulita.

Ceceni e il Caucaso tra Isis, Ucraina e Putin

Lo Stato islamico non è solo un problema siriano, mediorientale o di terrorismo internazionale, è anche un incubo per la Russia di Putin. Molti  osservatori hanno notato la partecipazione attiva dei ribelli del Caucaso, compresi ceceni, circassi, e daghestani in diversi teatri come l’Iraq e l’Afghanistan, la loro presenza è stata notata anche in Siria. Nei primi tempi della guerra civile siriana ce n’erano relativamente pochi. Recentemente, tuttavia, questo numero è cresciuto al punto in cui essi sono una forza significativa nel panorama degli insorti. Un ceceno, Umar Shishani, è segnalato per essere uno dei più stretti collaboratori del Leader dell’Isis : Abu Bakr di al-Baghdadi.  A fine 2013 il gruppo  Jaish al-Muhajireen wal Ansar o “Esercito di Emigranti e Sostenitori”, un gruppo caucasico prevalentemente del Nord, e molti dei suoi sostenitori hanno giurato fedeltà ad al-Baghdadi Il gruppo sta rapidamente diventando una delle più grandi fazioni all’interno di ISIS.
In Occidente, intanto si guarda la guerra in Ucraina semplicemente come una battaglia tra i russi e il governo ucraino. Ma la verità sul territorio è molto più complessa, in particolare quando parliamo di battaglioni di volontari che combattono dalla parte dell’Ucraina.Come ad esempio il battaglione Dudayev, dal nome del primo presidente della Cecenia, Džokhar Dudaev, e fondata da Isa Munayev, un comandante ceceno che ha combattuto in due guerre contro la Russia.

jihadista ceceno

Pugnale Jihadista di  ceceno

L’Ucraina sta diventando un importante punto di sosta per l’ISIS e i gruppi Ceceni. In Ucraina, è possibile acquistare un passaporto e una nuova identità. Per $ 15.000, un combattente riceve un nuovo nome e un documento legale che attesta la cittadinanza ucraina. Ucraina non fa parte dell’Unione europea, ma è un percorso facile per l’immigrazione verso l’Occidente. Gli ucraini hanno poche difficoltà per ottenere i visti dalla vicina Polonia, dove possono lavorare nei cantieri edili e nei ristoranti, riempiendo il vuoto lasciato dai milioni di polacchi che hanno lasciato la propria terra in cerca di lavoro nel Regno Unito e in Germania.È anche possibile fare affari in Ucraina, che non sono del tutto legali. È possibile guadagnare denaro facile per Jihadisti che combattono : Ceceni sia in Siria che in Afghanistan. È possibile “legalmente” acquisire armi non registrate per combattere i russi, e poi esportarli corrompendo i doganieri ucraini.

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Il leader dei Ucraini Yarosh con un comandante dell’ISIS in Ucraina Foto di Dmytriy Kovalevich

Le implicazioni di sicurezza di questa situazione per la Russia sono molto gravi dato che i ribelli Ceceni e caucasici alleandosi con l’Isis stanno creando un fronte comune. Quando la lotta in Cecenia è scemata, molti insorti sono andati all’estero, all’inizio in Afghanistan e Iraq, ma più di recente la Siria è diventata la prima destinazione a causa della guerra civile entrata un spirale fuori controllo. Ora i ribelli ceceni hanno una nuova opportunità di allenarsi e di operare con impunità – un’opportunità che certamente non hanno a casa loro
Questo fenomeno mette in evidenza una nuova importante caratteristica delle insurrezioni moderne: il rifugio non contiguo. L’esistenza di una zona di rifugio è una delle chiavi del successo di una rivolta, fornendo un luogo dove gli insorti possono riposare, riarmarsi, e addestrarsi, prima di tornare a condurre attacchi. Mentre i conflitti in Iraq e Afghanistan offrono l’opportunità di imparare da altri ribelli ad acquisire una preziosa esperienza operativa, i recenti successi territoriali di ISIS hanno  dato ai ribelli caucasici un importante rifugio, sia pure atipico. Storicamente, il rifugio degli insorti tende ad essere territorialmente contiguo. Questo invece non lo è.
La Russia può sostenere il regime di Assad politicamente e militarmente, ma c’è poco che può fare per negare rifugio ai ribelli del Caucaso. E ‘ovvio che, se ISIS sopravvive alla reazione della comunità internazionale, i ceceni torneranno a casa con alleati pesanti.
Avendo la medesima ideologia, cioè  di creare un califfato globale, i ribelli del Caucaso hanno dato significativi contributi finanziari e militari alla causa ISIS ed è molto probabile che a tempo debito saranno ricambiati. In diversi comunicati stampa recenti, i membri dell’ Isis, caucasici e non caucasici, hanno promesso di tornare nel Caucaso. In un comunicato, con immagini in diretta e con cameraman e speakers di lingua russa (probabilmente caucasici), i combattenti si sono già rivolti direttamente al presidente russo Vladimir Putin, minacciando di liberare la Cecenia e il Caucaso.