Tu devi scegliere, nella vita: o faccio ponti, o faccio muri

Papa Francesco parla ai ragazzi   di quanto il comprendere, il collaborare, lo stare insieme e la tolleranza siano le basi per vivere una vita nella pace. Invece,  vivendo nell’intolleranza , senza il rispetto e nell’insulto, si creano solo odio ed insofferenza e si innalzano i muri della incomprensione . Un nostro video dalla GMG 2016 , con le parole del Papa,

Tu devi scegliere, nella vita: o faccio ponti, o faccio muri. I muri dividono e l’odio cresce: quando c’è divisione, cresce l’odio. I ponti uniscono, e quando c’è il ponte l’odio può andarsene via, perché io posso sentire l’altro, parlare con l’altro. A me piace pensare e dire che noi abbiamo, nelle nostre possibilità di tutti i giorni, la capacità di fare un ponte umano. Quando tu stringi la mano a un amico, a una persona, tu fai un ponte umano. Tu fai un ponte. Invece, quando tu colpisci un altro, insulti un altro, tu costruisci un muro. L’odio cresce sempre con i muri. Alle volte, succede che tu voglia fare il ponte e ti lasciano con la mano tesa e dall’altra parte non te la prendono: sono le umiliazioni che nella vita noi dobbiamo subire per fare qualcosa di buono. Ma sempre fare i ponti. E tu sei venuto qui: sei stato fermato e rimandato a casa; poi hai fatto una scommessa per il ponte e per tornare un’altra volta: questo è l’atteggiamento, sempre. C’è una difficoltà che mi impedisce qualcosa? Torno indietro e vado avanti, torno e vado avanti. Questo è quello che noi dobbiamo fare: fare dei ponti. Non lasciarsi cadere a terra, non andare così: “mah, non posso…”, no, sempre cercare il modo di fare ponti. Voi siete lì: con le mani, fate ponti, voi tutti! Prendete le mani… ecco. Voglio vedere tanti ponti umani… Ecco, così: alzate bene le mani. E’ così. Questo è il programma di vita: fare ponti, ponti umani.

Papa Francesco  GMG 2016 Polonia

 

 

Wole Soyinka : Italia e Nigeria sono anime gemelle

Akinwande Oluwole “Wole” Soyinka, nato ad Abeokuta (Nigeria) nel 1934, è considerato uno dei massimi poeti e drammaturghi africani di lingua inglese del Novecento. Nel 1986 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura

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ritratto e foto di Wole Soyinka © noneuncontinentenero

“Cosa hanno in comune Italia e Nigeria: la volubilità, il senso della famiglia, la verve artistica, la disposizione lirica – basta paragonare le canzoni napoletane con quelle di Calabar e quelle yoruba – il peperoncino, il disordine sociale, la vostra polenta e la nostra farina, il vostro osso buco e il nostro mokontan, la corruzione e i disegni criminali che coinvolgono tutto il settore pubblico, la concretezza e la disinvoltura. Quale capo di stato, se non un italiano, avrebbe mai graziosamente ammesso di avere portato la cultura africana a palazzo – col bunga-bunga! E poi ci meravigliamo che dei e santi si siano incontrati e amalgamati in America Latina! Come mai le prostitute nigeriane – o meglio, chi sta dietro al racket – sono di gran lunga più presenti in Italia che nelle altre nazioni europee? I nostri due paesi sono anime gemelle!”

leggi articolo da www.doppiozero.com

 

 

Human Rights Watch: In Italia solo 26 su 5.684 notizie date dalla televisione sugli immigrati non sono riferite a questioni di criminalità o alla sicurezza

Da uno studio condotto dall’Università della Sapienza di Roma è emerso che  solo 26 su 5.684 notizie date dalla televisione sugli immigrati non si sono riferite a questioni di criminalità o alla sicurezza – un dato statistico che Navi Pillay, magistrato sudafricano, giudice della Corte Penale Internazionale,che ricopre la carica di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha definito “sbalorditivo.”

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La televisione è la principale fonte di notizie per l’80 per cento della popolazione italiana. Quindi i responsabili dell’informazione e dei media non aiutano certo il processo di integrazione

Un razzismo crescente e pervasivo influenza ogni aspetto della vita, ha osservato Chiara (uno pseudonimo), una donna italiana abitante nel quartiere di Tor Bella Monaca di Roma, che nella routine quotidiana ha visto crescervi l’odio e strisciarvi sempre più la violenza. Chiara ha raccontato a Human Rights Watch che altre madri si lamentano con lei che qui “vedo solo negro, sono diventati tutti africani. C’è posto al nido per loro ma non per me.” Un giovane le ha detto: “I rumeni hanno il rubare nel loro DNA. Io lavoro con un rumeno, ma di notte siami nemici e se lo vedo, lo pesto.” Chiara stava parlando con una amica marocchina sull’autobus un giorno quando un altro passeggero l’ha sgridata così: “Se parla con loro, non se ne vanno più!” Un amico rumeno di Chiara ha comprato una bicicletta in modo da poter evitare gli insulti che regolarmente riceve sui mezzi pubblici. Ha detto che la guardia del supermercato di quartiere ha detto a sua figlia di starle vicina “perché c’erano gli zingari che rubano i bimbi.”

8 febbraio : Giornata mondiale contro la schiavitù. A Sutri (VT) il 14 Febbraio un film sulla tratta delle donne nigeriane

“La tratta è un crimine transnazionale che sconvolge la vita di migliaia di persone ed è causa di inaudite sofferenze”

Affronteremo questo argomento a Sutri (VT) il 14/02/2016 presso il Colle Diana Cafè alle ore 17.30 dove insieme a Giuseppe Carrisi e alla sua associazione, Pizzicarms, assisteremo alla visione del film: ” Le figlie di Mami Wata”, sulla tratta delle donne nigeriane per sfruttamento sessuale.

webFiglie di mami Wata

Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, le donne nigeriane arrivate via mare in Italia a fine settembre 2015 sono state 4.371. L’anno scorso, nello stesso periodo, erano state 1.008.

“Stimiamo che l’80 per cento delle ragazze nigeriane siano vittime di tratta”, dice Federico Soda, dir. Uff di Coordinamento per il Mediterraneo dell’OIM. “molte di loro provengono dalla regione di Edo, dove vengono adescate e sottoposte a cerimonie voodoo: riti attraverso i quali viene loro imposto un ricatto psicologico, nella convinzione che qualsiasi tentativo di fuga o ribellione dai loro trafficanti causerà sventure ai propri cari.”

“Si tratta di un tema al quale l’OIM dedica da anni il proprio impegno tramite progetti volti a promuovere attività di prevenzione e a favorire lo sviluppo di norme giuridiche in grado di contrastare questo crimine, garantendo assistenza alle vittime e sviluppando una conoscenza più approfondita del modus operandi del crimine organizzato”.

“Purtroppo”, continua Soda, “dobbiamo registrare un aumento delle vittime di tratta. Da qualche mese osserviamo un incremento esponenziale di arrivi via mare di donne africane, provenienti in modo particolare dalla Nigeria. Molte di loro hanno caratteristiche e raccontano storie che ci fanno capire di trovarci in presenza di vittime di tratta. Siamo preoccupati in particolare dell’aumento delle ragazze minorenni, che spesso dichiarano di essere maggiorenni perché costrette dai loro trafficanti, che pensano cosi di riuscire a disporre di loro in maniera più libera”.

La giornata della memoria è una lavatrice lavacoscienze

Sulla memoria, si possono fare dei bilanci, delle considerazioni, delle scelte, perché credo che uno scrittore, un poeta, uno scienziato, un lettore, un agricoltore, un uomo, uno che non ha memoria è un pover’uomo. Non si tratta di ricordare la scadenza di una data, ma qualche cosa di più, che dà molto valore alla vita.
Mario Rigoni Sten internato nel campo di concentramento di Hohenstein

 

Oggi qualsiasi cosa si dica o si scriva si diventa  cinici, evocativi, qualunquisti, radical chic o ripetitivi. Il  1º novembre 2005 si è stabilito con la risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio,  giorno nel 1945 in cui truppe dell’Armata Rossa entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz. Noi italiani ci eravamo avvantaggiati con gli articoli 1 e 2 della legge n. 211 del 20 luglio 2000 in cui si riconosceva questo giorno come : “Giorno della Memoria”, questo è l’iter stabilito per ricordare istituzionalmente la Shoah (in lingua ebraica significa : catastrofe, distruzione).
E prima di questa data come si faceva a commemorare? Io ricordo di essere andato con la scuola nel 1975 a visitare ghetto e Sinagoga per il 16 ottobre, data del rastrellamento del ghetto di Roma e durante l’anno di aver parlato con i professori del concetto di stato totalitario e ancora ricordo le strade percorse al portico d’Ottavia e un signore con le lacrime agli occhi che ci raccontava i fatti accaduti.

Ma ora, in questa data e trovandoci nell’era comunicativa per eccellenza, non manca un bombardamento mediatico che ci dica tutto sull’olocausto. Sui social e a livello televisivo. Documentari, fiction, rassegne stampa, speciali dei tg nel corso dell’intera giornata , e tutto questo per poi generare, ad un certo punto, una sensazione di “stanchezza” . Poi pensiamo alla giornata nelle scuole, e al docente di turno a cui sicuramente verrà posta questa obiezione: “La Shoah ? Ma Prof , sappiamo cosa è successo”. E il giudizio che verrà dato sarà sulla solita gioventù apatica e priva di valori.

Questo è quello che noto da quando si è deciso di relegare questa tragedia escusivamente ad una data. Pronunciare oggi la parola Shoah con un hastag basta per convogliare l’attenzione. Eppure tutti i giorni dell’anno abbiamo occasione di celebrare la memoria di una Shoah. Pensiamo alla catastofe e la distruzione che è presente nel mondo mentre si calpestano i diritti di bambini donne e uomini per gli interessi della globalizzazione, perchè il coltan serve ai nostri cellulare e non è importante che si generi un olocausto per ottenerlo, per il petrolio nel delta del Niger, per le materie prime nei paesi in via di sviluppo. Basta che si ricordi chi è morto per liberarci dalla guerra, nei campi di sterminio o sulle strade contro la criminalità o per battaglie sociali.

Il ricordo non può essere relegato ad una abitudine.

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La commemorazione, a mio giudizio, ha valore solo con la pratica, con la consapevolezza che ognuno deve avere di quello che significa passare attraverso la discriminazione. La subiamo e noi stessi la creiamo ogni giorno nei confronti degli altri, considerando e  generalizzando su persone, società e tempi che ci circondano. Per rendersene conto basta un passaggio sui post. Gli stessi che accusano, insultano e sentenziano oggi scrivono di tolleranza, memoria e diritti.

Non sarebbe piu coerente fermarsi a riflettere, a pregare per quelle anime, ad onorarle con la nostra vita e ad indignarci ogni momento per le guerre e i massacri che anche oggi devastano il mondo, praticare la tolleranza, tanto sbandierata, con chi ci è vicino e tende le mani?

E’ più facile gettare tutto nella grande lavatrice pubblica del 27 gennaio, parlando dello sterminio di Ebrei/zingari/handicappati/omosessuali etc., con la sicurezza di avere così ottenuto una coscienza bella pulita.

L’utilizzo di un delitto passionale : la “Kristallnacht”.

Il 7 novembre 1938, di prima mattina, a Parigi, un ebreo-polaco diciassettenne, Herschel Grynszpan, si reca all’ambasciata tedesca dove spara tre colpi all’addome contro il barone Erns Von Rath, giovane diplomatico di 29 anni che muore due giorni dopo. L’assassinio finisce su tutte le prime pagine dei quotidiani tedeschi, su istruzioni del ministro della propaganda Joseph Goebbels. Grynszpan, stranamente, non fa alcun tentativo di resistere o fuggire e viene preso in custodia dalla polizia francese e poi immediatamente dopo dalla Gestapo. L’assassinio pare sia stato compiuto per ragioni politiche, si parla di un biglietto ritrovato nelle sue tasche che lo comproverebbe in cui rivendicava la volontà di colpire un tedesco per delitti contro 12.000 ebrei polacchi, ma è in realtà riconducibile solo ad ad una

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Herschel Grynszpan

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Ernst vom Rath

vendetta personale. E’ appurata una probabile relazione tra vom Rath, ben conosciuto in quel tempo a Parigi come omosessuale e soprannominato Madame Ambassadeur e Notre Dame de Paris nei circoli gay parigini. Secondo lo storico tedesco Döscher, autore del libro “La notte dei cristalli” del 2000, egli incontrò Grynszpan nel locale omosessuale Le Boeuf sur le Toit. Non si è riuscito ad appurare  se Grynszpan fosse realmente omosessuale o se volesse sfruttare la sua indubbia avvenenza per conquistare un amico potente. Vom Rath avrebbe promesso di utilizzare la propria influenza per regolarizzare la posizione di Grynszpan in Francia, ma quando capì che non avrebbe mantenuto la parola data, Grynszpan sarebbe andato all’ambasciata per ucciderlo. Pare che tutto questo si sapesse a Berlino, ma poco importava il perchè fosse accaduto, era arrivata l’opportunutà tanto attesa dal Goebbels. Un omicidio passionale, non sicuramente consono alle idee del Reich, diventa necessariamente e per scelta un omicidio politico di un ebreo contro un esponente nazista. Su quell’atto si basa la legittimazione della persecuzione antisemita. E’ il fattore scatenante che raccorda in una azione violenta, senza precedenti, tutte le leggi razziali promulgate. Nella notte tra il 9 ed il 10 Novembre del 1938 si compie il pogrom condotto in Austria, Germania e Cecoslovacchia contro la popolazione ebraica. Un breve cenno sul significato di “pogrom”: termine di derivazione russa che significa letteralmente «devastazione», con cui vengono indicate le sommosse popolari antisemite, e i conseguenti massacri e saccheggi avvenuti nel corso della storia russa. In particolare nel quarantennio compreso tra il 1881 e il 1921, con il consenso delle autorità. In senso più ampio, viene utilizzato in riferimento a tutti gli episodi di violenza, danno materiale e spesso strage, contro gli ebrei nella storia. Quella notte si ricordò come la  “Notte dei cristalli” (Reichskristallnacht o Kristallnacht, ma anche Reichspogromnacht o Novemberpogrom). Settemilacinquecento negozi ebraici distrutti durante la notte, quasi tutte le sinagoghe incendiate o distrutte (secondo i dati ufficiali erano stati 191 i templi ebraici dati alle fiamme, e altri 76 distrutti da atti vandalici). Il numero delle vittime decedute per assassinio o in conseguenza di maltrattamenti, atti terroristici o disperazione ammontava a varie centinaia, senza contare i suicidi. Circa 30 000 ebrei furono deportati nei campi di concentramento di Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen. Relativamente al campo di Dachau, nel giro di due settimane vennero internati oltre 13 000 ebrei; quasi tutti furono liberati nei mesi successivi (anche se oltre 700 persero la vita nel campo), ma solo dopo esser stati privati della maggior parte dei loro beni. Questa notte deve servire a valutare come nel nostro tempo sia necessario porre attenzione ai vari episodi di violenza ed emarginazione che a cadenza quasi quotidiana accadono ancora oggi, come le aggressioni fisiche e verbali nei confronti degli oppressi, dei diversi, dei lontani da parte di chi si ritiene “superiore”. Tutto questo per ricordare come la storia aiuti ad interpretare il nostro presente per poter comprendere l’importanza dell’investire in cultura, per creare le condizioni che fatti di questa matrice scompaiano dal nostro futuro.

La Koinonia : in una foto di mio figlio.

Spesso consideriamo le azioni compiute dai ragazzi adolescenti poco coinvolgenti, solo estemporanee, con poco spessore. Ma, proprio grazie ad una foto, scattata da mio figlio di 16 anni, in via della Conciliazione, prima dell’angelus di Papa Francesco, mi sono ritrovato coinvolto in una riflessione sul temine koinonia, dal greco koinonè (aver parte, partecipare). La Koinonia  indica la comunione, l’intimo legame e la relazione fraterna degli uomini tra di loro: una relazione umana di solidarietà, di corresponsabilità, di partecipazione, che esprime una azione comune o il comune possesso di una cosa. Delle volte scordiamo che come genere umano abbiamo necessità di questa categoria, di questo sentire comune, di sentirsi fratelli di uno stesso mondo.

        Foto di Massimiliano Greco

Questo scatto porta in una dimensione in cui si rappresenta un  gesto semplice e pieno di significato di una giovane che apre le braccia al cielo, e rimane circondata dal disinteresse della gente, che considera questa come una azione strana che viene solo voglia di riprendere con un cellulare. E’ vero: anche mio figlio ,in quel momento scattava una foto. Ne ha fatte altre 100 ed era comune in tutte e per lui, l’intenzione di ricercare,,nei volti  e negli atteggiamenti delle persone, quella tensione che raccontasse l’attesa per l’arrivo di Papa Francesco, quindi più che ricercare la foto ,si trovava ad illustrare le emozioni. Ritornando a quella foto, quel gesto, invece, a me piace interpretarlo come una preghiera,come aprire le braccia all’altro, al tuo vicino. In questa era in cui l’uomo vive un tempo di trasmigrazione di popoli, tragico nelle sue origini ma anche nella sua destinazione e nei suoi esiti, dove chi viene da lontano è diverso, e per molti, anzi troppi, è estraneo sia al nostro fare, che al nostro cuore. Vivono accanto a noi, nella nostra indifferenza, donandogli solo la nostra insofferenza, scordandoci che siamo uomini, tutti legati dalla Koinonia. In fondo questo termine comunione, per me cattolico, richiama  anche l’eucarestia  (εὐχαρίστω) eucharisto: il “ringraziamento”. Parola espressa chiaramente dall’atteggiamento di quella donna. Torniamo, ripensando a tutto questo, a ringraziare, per quel che abbiamo, sempre da noi considerato esiguo, e a vivere in comunione con gli altri.

Ricordo a proposito dell’atto del donare agli altri delle parole dette da Chiara Lubich per i giovani partecipanti alla GMG 2005 a Colonia.

” Bisogna amare per primi. Normalmente si ama quando si è amati, si risponde all’amore che ci arriva. E se non arriva? No, è molto meglio prendere noi l’iniziativa, incominciare per primi a dare un segnale di amicizia, di perdono, di volontà a ricominciare da capo. Provate ad amare così, sperimenterete una grande libertà perché siete voi i protagonisti!”

Con quel gesto, in questa foto, lei  lo ha fatto idealmente per tutti noi.