Una occasione per raccontare, a chi non conosce, l’operazione: Operação Lava Jato

Oggi va in onda sul canale Netflix la serie in 8 puntate di “The Mechanism” lo scandalo più grande della storia brasiliana. Netflix, che già aveva realizzato il film biografico su Pablo Escobar, “Narcos”. Si occupa ora di raccontare l’operação Lava Jato dove le somme di denaro coinvolte,  forse non sono state ai livelli di Escobar, ma i miliardi persi per i servizi pubblici di quel paese , significano che questa truffa ha causato danni, su una scala paragonabile alle attività del signore della droga.

“Una volta stabilito il meccanismo, solo i corrotti possono prenderne parte”, afferma José Padilha, scrittore e regista brasiliano di The Mechanism. “Se sei un politico onesto sei condannato. L’uomo d’affari onesto non otterrà alcun contratto. Ci sono solo truffatori. ”

 L’operazione: Operação Lava Jato o in italiano: Operazione Autolavaggio è un’operazione della polizia federale del Brasile iniziata il 17 marzo 2014 e ancora in corso per portare alla luce un sistema di tangenti all’interno dell’azienda petrolifera statale Petrobras grazie alla dichiarazioni del pentito Alberto Youssef. Un giro di tangenti del valore di 10.000 milioni di real brasiliani. Secondo le forze dell’ordine è la più grande operazione anti-corruzione nella storia del Brasile. Il costo per le casse statali brasiliane poteva essere sufficiente a coprire gli stipendi di oltre un milione di infermieri o a fornire un anno di istruzione per oltre 17 milioni di bambini.

 

 

 Negli anni ’80, Alberto Youssef era, insieme a una sorella maggiore, un contrabbandiere di whisky e prodotti elettronici dal Paraguay al Brasile. Si racconta che una volta, mentre veniva inseguito dalla polizia, seminava per la strada videoregistratori che cadevano dal pick-up che stava guidando. Pochi avrebbero immaginato che questo personaggio quasi comico sarebbe diventato un giorno un perno chiave in quello che è stato definito la più grande operazione anti-corruzione nella storia del Brasile

 La polizia ha iniziato a scoprire la portata dello scandalo dell’autolavaggio nel 2013, quando si sono insospettiti per la mole di denaro che passava per l’ufficio di cambio in un’umile stazione di servizio nella capitale brasiliana. Ciò ha portato all’arresto di Youssef, che a sua volta ha portato a ulteriori arresti. Ben presto divenne chiaro che questa non era una normale operazione di riciclaggio di denaro. La polizia era incappata in un racket che avrebbe coinvolto almeno 28 grandi aziende e 20 partiti politici, con oltre 100 condanne. Tra l’elenco degli indagati risultarono molti esponenti dell’élite politica brasiliana, tra cui due presidenti.

 L’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva è stato condannato a più di 12 anni, dopo che è emerso che ha preso tangenti per aiutare una società di costruzioni a stipulare contratti con Petrobras. Lula dice che il caso è stato politicamente montato e rimane libero in attesa di appello. Ma una recente sentenza di un tribunale federale, tuttavia, potrebbe mandarlo dietro le sbarre, anche mentre il caso viene esaminato dalla Corte Suprema.

 L’attuale presidente Michel Temer è stato anche al centro delle indagini sulla corruzione, relative ad un accordo per servizi operativi al Porto di Santos, il più grande porto per container dell’America Latina. Il Congresso ha bloccato per due volte un processo per corruzione verso Temer, e lui continua a negare il fondamento delle accuse.

 La frode ruotava attorno a Petrobras, la compagnia petrolifera statale del Brasile. Invece di assegnare ingenti contratti per progetti di costruzione, piattaforme petrolifere, spedizioni e così via in modo normale, i lavori venivano assegnati ad un cartello di aziende in modo preordinato. Petrobras, avrebbe pagato le società in eccesso di almeno il 3%.  Con quel denaro in più, gli amministratori responsabili dell’assegnazione dei contratti, avrebbero intascato una parte del denaro e consegnato il resto ai politici, che li avevano nominati. I soldi in seguito andavano alle campagne dei partiti politici del Brasile e fornendo fondi, finalizzati a tenere coese coalizioni governative altrimenti instabili.

 Il risultato e stato un racket di sorprendente complessità e scala in cui tutti hanno preso una parte. Le tangenti venivano sotto forma di denaro, opere d’arte, aerei e yacht; società anonime di proprietà in paradisi fiscali e conti bancari stranieri hanno contribuito a riciclare il tutto. Un dirigente di Petrobras, da solo,ha canalizzato 20 milioni di euro per le banche di Monaco da conti nelle Bahamas, da Panama ed altrove.

 Questo “meccanismo” funzionava ininterrottamente in Brasile da almeno 12 anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

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La vittoria e la sconfitta

Dopo un po di tempo, si ritorna, con un pensierino a sfondo moralecologico, per ricordare che il profitto spesso non crea un mondo sostenibile e che i costi e i ricavi non si calcolano sui grafici, ma nella vita che siamo in grado di offrire ai nostri figli. Chi ricorda la superpetroliera Exxon Valdez, di proprietà e gestita dalla Exxon Corporation? Si stima che il 24 marzo 1989 circa 40 milioni di litri di petrolio si siano riversati nell’acqua dell’Alaska. In seguito La Exxon è stata condannata dal National Transportation Safety Board e all’inizio del 1991 ed ha accettato sotto la pressione di gruppi ambientalisti di pagare una sanzione di $ 100 milioni e fornire $ 1 miliardo in un periodo di 10 anni per il costo della pulizia. Tuttavia, nel corso dell’anno, sia Alaska che Exxon hanno respinto l’accordo, e nell’ottobre 1991 il colosso del petrolio ha risolto la questione pagando $ 25 milioni, meno del 4 per cento degli aiuti di pulizia promessi dalla Exxon all’inizio di quell’anno. In questa storia tutti hanno perso. Sono passati più di 25 anni e nel mondo continuiamo a vincere o perdere solo in base al conto economico, senza curarci se vinciamo o perdiamo la possibilità di avere un posto dove vivere.

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Bambini in guerra

Due notizie di questi giorni, ci hanno riportato in mente come i bambini e le armi siano un’idea , purtroppo, non più così lontana dalla nostra società “civile”.  Vittorio Zucconi, in un articolo di ieri, in D di Repubblica, ci ha ricordato che in Florida è in corso da anni una guerra tra gang di minorenni che ha portato negli ultimi 10 anni 316 morti tra i bambini giovani e ragazzi e che in 20 milioni di famiglie negli Usa c’è un arma .Ormai tutti sanno a Miami, che questa è una vera guerra, che ha portato il 29 dicembre 2016, all’uccisione di un bambino di 8 anni, non compreso in questi dati, come vendetta di un altro omicidio.03-13-childrenkilled

Queste vendette stanno generando una generazione di bambini ,ragazzi e uomini pronti ad impugnare un’arma. Inoltre c’è da considerare come le armi siano oramai passate, grazie ad un libero mercato, in mano ai ragazzi. Una sorta di reclutamento di stato per fini commerciali, che sta portando conseguenze, forse troppo sottovalutate e che certo ,con la nuova presidenza di Donald Trump, non vedrà sicuramente il fenomeno regredire.

Anche  Roberto Saviano, in articolo in merito alla mancata strage al Mercato della Duchesca del 4 gennaio scorso a Napoli ,dove è rimasta ferita una bambina di 10 anni, racconta come dietro questo episodio, ci sono storie di famiglie che vivono una quotidianeità di guerra. Si può scegliere di ignorare queste vicende o, invece, avere il coraggio di fissare questo abisso. Ci racconta di come non ci sia via di scampo per i giovani di camorra, come  la storia di due fratelli protagonisti dello scontro tra il clan Mazzarella e “La paranza dei bambini”: questo il nome con il quale è stato identificato il clan dei criminali, ragazzi di età compresa tra i 15 e i 25 anni, che ha seminato il terrore lungo le strade di Napoli, operando atti di criminalità in particolare a Forcella e nel Centro Storico della città. Molti di questi ragazzi, vengono assoldati dalla criminalità per poter diventare i nuovi soldati delle organizzazioni criminali. Spesso si pensa ai bambini soldato nelle guerre africane, in guerre dichiarate e li si ritiene, un fenomeno a noi lontano, a cui non sia necessario porre attenzione, se non quella “dovuta”. In realtà vediamo come la cronaca di questo inizio d’anno,in Italia e negli Stati Uniti, ci riporti come questo fenomeno sia di stringente attualità.

La “sfiga” di atterrare in una casa dove c’era già un fiocco celeste

 

Ospitiamo nel nostro “nuovo corso” Le storie di Giulia. Chi è Giulia: 13 anni,una ragazza come tante, con una passione in più, scrivere, immaginare e raccontare. Tutti noi dovremmo leggere e saper ascoltare questa preadolescente, termine associato spesso, solo ad una serie di problemi.  Giulia ci parla del conflitto e di come sia importante e , se ben indirizzato, generi il confronto , l’autostima, la tolleranza e soprattutto la capacità di ascolto. Questo ci dice Giulia, con le sue semplici parole, chiedendosi se sia veramente fortunato chi è figlio unico.. Benvenuta tra noi e grazie in attesa di un’altra storia di Giulia.

                       LITIGI TRA FRATELLI: LA “FORTUNA” DEI FIGLI UNICI?        
Oggi,  i ragazzi che nascono figli unici, considerano questo evento come una “botta di fortuna”.

Per spiegare questo teorema, trovano molte ragioni:: avere i genitori tutti per sé, essere i preferiti da mamma e papà, non avendo nessuno con cui concorrere, ricevere più regali, non dover condividere i propri spazi ed altre mille motivazioni, tutte studiate nei minimi dettagli.

In realtà la “sfiga” di avere un fratello è determinata dalle liti e dalle “guerre” che scoppiano  in casa ogni volta che qualcosa va storto o che si trova il modo più strano e ingegnoso per far arrabbiare i nostri fratelli. Di solito la parola PACE non viene mai pronunciata da uno dei due litiganti, neanche sotto tortura e quelle rare volte che viene pronunciata, c’è sempre lo zampino di un genitore.
Le ragioni principali per cui si litiga sono sempre le stesse: i giocattoli, i regali, le presunte preferenze o attenzioni ricevute… e così, certe volte, si arriva anche a mettere in discussione gli affetti. Con il passare degli anni però i fratelli iniziano a sentire il bisogno di uno spazio tutto loro e le ragioni dei litigi che una volta apparivano di vitale importanza, adesso diventano stupide ed insensate, ma in compenso sorgono altri problemi a non finire.

litigi

Il nostro umore, talvolta, è sollecitato dalla carenza di tranquillità che si espande nelle case e le liti sono al centro di tutto: si diventa ipersensibili e basta poco per far traboccare il vaso.

Ci si potrebbe divertire facendo una classifica sulle famiglie numerose meno litigiose: le vincitrici sarebbero, a parer mio, quelle con una lieve distanza di età tra i figli, dove si cresce insieme e gli ostacoli sono gli stessi per tutti.

Io sono sicuramente da primo posto nella Classifica letta al contrario.

Innanzi tutto ho avuto la “sfiga” di atterrare in una casa dove c’era già un fiocco celeste attaccato, rimpiazzato dal mio, dove, fino al mio arrivo, l’atmosfera era accogliente e tranquilla. In seguito sono cresciuta a quattro anni di distanza da mio fratello e quindi con tutti gli sforzi necessari la gelosia non era il nostro problema principale. Infine con il passare degli anni l’età mi ha condizionato: io avevo bisogno delle mie attenzioni  e quel tempo che intercorreva tra me e mio fratello si faceva sentire.

Avevo sempre pensato anch’io che era una “sfortuna” avere un fratellone, sentirlo criticare le mie abitudini , i miei vestiti e i trucchi, specialmente se non ero d’accordo, mentre mi accorgo che la lotta che ormai combatto da tredici anni mi è servita a riflettere che avere un fratello più grande o più piccolo è un impegno che genera, però, delle qualità.

E cioè, costringe a ricordarsi sempre che è l’unica  persona al mondo che ci sentiamo veramente di dover proteggere o da cui siamo protetti ed è una sensazione, un calore straordinario, capace di portare semplicità, felicità  e sicurezza in noi stessi; è quello persona  che si avvicina di più a te e anche se brontola o si arrabbia, è l’unica che ha il diritto di far valere le sue scuse o le cui promesse contano più di qualsiasi cosa.

Non è dunque propriamente una sfortuna ma la persona che, anche se non te lo dice ti vuole bene, pure quando si litiga, oggi è molto difficile da trovare. Uno che quando gli viene fatto un torto perdona con la facilità di un fratello, non è un articolo che si compra al mercato. Riflettendoci bene, le liti DEVONO esistere in una famiglia, perché nulla è perfetto e credo che nelle famiglie dove c’è più di un figlio (e quindi più di un litigio) si generi un amore tra fratello-fratello che in quelle con un figlio solo manca, forse per l’assenza di qualcuno che ti contraddica.

Alla fine non si può stabilire il vincitore, ma di sicuro, quando si litiga con un fratello, si desidera tanto essere figli unici e quando si sta un po’ da soli si sente la necessità di fare pace e di ricominciare per l’ennesima volta.

Giulia L.

Non accontentiamoci. #puntiamoinalto

Non è buona regola “abbandonare” un blog per cosi tanto tempo, ma era giunto il momento di riflettere per migliorare la costruzione del nostro progetto . Molte cose sono state dette, molti momenti sono stati vissuti, molte cose sono accadute.  Tutto questo è servito per crescere ed evolvere, per raggiungere nuovi obiettivi, per non rimanere chiusi in una gabbia autoreferenziale, per mutare da crisalide a farfalla. Gia ci sentivamo un po  farfalle, ma ora ne siamo consapevoli. Con nuovi progetti e nuove idee sul nostro territorio. Siamo pronti a cambiare i percorsi ed aprirci a nuove sfide. Continueremo coinvolgendo anche altri ragazzi, oltre la decina di quelli “stabili” e quelli di altrettante collaborazioni saltuarie, con l’unico fine di renderli protagonisti, oltre quello che già sono. Cominceremo ad avvicinarci ai preadolescenti, e alle loro difficoltà. Nascerà un progetto sulla genitorialità condivisa per figli e genitori. Un altro progetto in cui i “maestri” saranno i ragazzi, pari a pari ,con i loro talenti e competenze che trasmetteranno idee e progetti, in un clima di apprendimento condiviso. Il tempo passa e ci ha fatto capire come ci serva per renderci competenti e  l’esperienza fatta sul campo, ci fa sentire in sintonia con la meravigliosa frase di Papa Giovanni II. giovanni paolojpgComunque continueremo sempre ad occuparci e a parlare delle cose del mondo e di quello che ci sembra poco detto o che ci viene in mente, come pensiero non convenzionale. Abbiamo sempre dentro di noi la convinzione della bellezza di #noneuncontinentenero.

Bangui: il viaggio più difficile di Papa Francesco.

Bangui, Repubblica Centrafricana  il Papa atterrerà all’aereoporto e la prima cosa che troverà sono i cristiani, come  Georgette Dossio, che piange un figlio il cui corpo non potrà mai seppellire. Seduta sulla sporcizia, sotto una tenda di legno di scarto e di teli, è confortata dai suoi vicini del campo profughi cristiano, situato nei pressi dell’aereoporto, dove ha vissuto per quasi due anni.

bangui

Un giorno suo figlio di 35 anni era imbattuto in un gruppo di musulmani ribelli alla periferia del campo che ospita migliaia di cristiani.

“Gli hanno legato le mani dietro la schiena, sparato alla testa e poi lo tagliate a pezzi pezzo per pezzo”, racconta, con gli occhi pieni di lacrime.

Nessuno ha trovato i suoi resti. La madre può solo guardare una sua vecchia foto   e pensare ai suoi quattro nipotini orfani di padre.

In un’altra parte di Bangui, circa 15.000 musulmani sono chiusi in un quartiere chiamato PK5, dove si sono rifugiati per  paura dei miliziani cristiani noti come anti-Balaka che hanno protetto e fanno rispettare i loro confini con le granate

Questo è il vortice di violenze cristiano-musulmano in cui Papa Francesco si troverà al suo arrivo nella Repubblica Centrafricana.


Nella capitale di questo paese caotico, di 4,8 milioni di abitanti, la rabbia religiosa è esplosa  quasi due anni fa, lasciando migliaia di morti, e la violenza è ripresa di nuovo a Settembre, proprio quando sembrava che la nazione si fosse stabilizza,ta grazie all’intervento dell’ONU. Almeno 100 persone sono morte nell’ultimo bagno di sangue nei dintorno del PK5, secondo Human Rights Watch.
Tutta questa situazione ha lasciato quasi mezzo milione di centrafricani sfollati all’interno del loro paese; quasi un altro mezzo milione lo  hanno lasciato per i vicini Camerun, Ciad e Congo, il numero dei mussulmani è sceso da circa 122.000 ad appena 15.000 o giù di lì, secondo Human Rights Watch.Il Papa intende recarsi nel cuore del PK5 per incontrare i membri della comunità musulmana assediata. All’interno  il papa porterà un messaggio per aprire i cuori dei combattenti. Clero cattolico e protestante uniti per ribadire come, l’anti-Balak,a non può essere definito un movimento cristiano, dato che non violentando, saccheggiando e massacrando i civili si  rispettano gli insegnamenti di Dio

Oumar Ben Oumar. Un musulmano di 29 anni, ha perso il suo fratello più giovane Ahmed tre settimane fa, quando è stato colpito a morte nel quartiere PK5 mentre si cammina per strada. La maggior parte della famiglia di Oumar e i suoi suoceri avevano già lasciato il paese.
Oumar e sua moglie, Chamcya, vivono con i loro due figli piccoli in una piccola casa di cemento con un tetto di metallo che hanno costruito sulla base della moschea centrale di PK5, che il Papa intende visitare.

“Lo accoglieremo come un anziano della nostra comunità, se arriva”, ha detto Oumar. “Ma come possiamo avere un dialogo quando viviamo tra gli spari? Sentiamo spari mattina, mezzogiorno e sera. E’solo Dio che ci protegge”.

Oumar e la sua giovane famiglia non sognano più di tornare un giorno a loro quartiere di Miskine, dove non è rimasto un solo musulmano. Un amico ha mostrato loro il cellulare video della loro vecchia casa in rovina. Il negozio dove Oumar vendeva sapone, sale e altri oggetti è stato saccheggiato e distrutto.

Lo spargimento di sangue risale agli inizi del 2013, quando una coalizione di gruppi ribelli per lo più musulmani del nord della Repubblica Centrafricana ha rovesciato il presidente cristiano. La loro presa di potere è stata progettata più per motivi economici che ideologici, sotto il loro regime sono stati compiuti compiuto attacchi brutali contro i civili. Dopo il leader dei ribelli si fece da parte nei primi mesi del 2014, un’ondata di violenza di rappresaglia dai combattenti anti-Balaka ha costretto la maggior parte dei musulmani della capitale a fuggire.

Repubblica Centrafricana stava organizzando elezioni democratiche per dicembre, quando la morte di un giovane tassista musulmano a fine settembre ha riacceso le tensioni. In poche ore i combattenti islamici conosciuti come la Seleka hanno reagito con attacchi contro i cristiani nei quartieri circostanti il PK5.

Patricia Kpanenou. Aveva vissuto nel suo quartiere multireligioso di Ngbeguewe per 30 anni prima che le razzie dei mussulmani la spinsero  a lasciare la sua casa due mesi fa e unirsi ai profughi cristiani dell’aeroporto. I combattenti musulmani hanno ucciso il suo vicino, decapitando una donna incinta e cercando di togliere il suo bambino dal suo ventre. Lei è tornata due volte nella speranza di prendere qualcosa con lei dalla sua vita a Ngbeguewe. La prima volta, ha preso il suo materasso. La seconda volta, la casa dei genitori  era stata rasa al suolo.Tuttavia, ha detto, di essere disposta a vivere tra i musulmani di torna di nuovo la pace.

Nel quartiere PK12 lo scorso anno, i musulmani si sono riuniti prima dell’alba per pregare per l’ultima volta nella loro moschea. Dopo aver bloccato la porta con cura, si sono riunitiin un enorme convoglio di più di 1.200 persone, con una scorta armata. Qualche istante dopo, i vicini scendevano in massa per  distruggere la moschea pezzo per pezzo. Anche le forze dell’ordine rimasero guardare, poi hanno tolto le porte dai cardini  e anche preso l’altoparlante utilizzato per la chiamata alla preghiera.

Dove i musulmani hanno pregato una volta è ora c’è un campo di calcio.

da un articolo di KRISTA LARSON

Riflessione dopo Parigi: la Mauritania,sharia, schiavitù e immigrazione

Dopo i recenti fatti di Parigi ho preferito a pensare invece di commentare suoi social, i buoni e i cattivi. L’Isis persegue la creazione dello stato islamico. Quali sono ad oggi le Repubbliche Islamiche che seguono i dettami della Sharia ed evidentemete modelli dell’Isis? Sono 4: Iran, Pakistan , Afghanistan e Mauritania. Tutte per assioma nemiche dell’occidente? No, una di queste non proprio.
La Repubblica Islamica di Mauritania, che si è liberata dalla colonizzazione dalla Francia il 28 novembre 1960, si sta creando una reputazione come alleato impegnato nella lotta contro l’estremismo islamico nel Sahel. Il paese partecipa alla missione Onu di stabilizzazione multidimensionale integrata in corso in Mali (MINUSMA).
Nel dicembre 2014 ha creato il G5, una conferenza dei paesi del Sahel che comprende Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad, per lottare più efficacemente i gruppi jihadisti transnazionali. Il quotidiano di proprietà statale Horizon sottolinea come il governo non tollera interpretazioni politiche o violente del Corano. Questa strategia di pubbliche relazioni ha notevole successo: la Mauritania ha il sostegno diplomatico dell’Unione europea e degli Stati Uniti. Il generale David Rodriguez, capo del Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM), recentemente ha ringraziato il governo mauritano per il suo sostegno contro la minaccia jihadista regionale in una serie di annunci pubblicitari sponsorizzate dagli USA sui giornali della Mauritania.di contro in questo paese vi è una lotta interna sui diritti civili contro la schiavitù. Qui vi sono organizzazioni che da anni chiedono l’uguaglianza tra le caste in particolare l’abolizione della schiavitù.
Vi sono due casi  significativi di questa opposizione alle leggi governative che riguardano due uomini : Mohamed Ould Cheikh Mkheitir e Biram Dah Abeid

mauritania
Mohamed Ould Cheikh Mkheitir

30 anni, un mauro di etnia bianca “bidhan”, come si dice in Mauritania, viene arrestato il 2 gennaio 2014 da parte della polizia , per aver diffuso su Facebook un testo in arabo dal titolo “La religione, la religiosità e i fabbri”. Denuncia, nel post, la società delle caste e si dedica ad un’analisi  delle separazioni in classi nella società nel suo paese paragonandole all’atteggiamento che il profeta Maometto, presentato come settario e tribalista, teneva nei confronti degli gli ebrei del VII secolo. Per Ould Mkheitir si avvicinerebbe molto a quello che prevale nei “Zwaya” , i centri educativi religiosi costruiti in prossimità dei luoghi santi, nei confronti della casta dei fabbri, gli “harratin”, nella società mauritana di oggi. I vari gruppi e tribù maure sono il risultato di una storia sociale particolarmente complessa che si perde in epoche remote, fatte di migrazioni, conquiste e sconfitte. L’organizzazione socio/politica è molto gerarchizzata e rigorosamente divisa in classi: si ripartiscono in tribù nobili, in guerrieri di origine araba (hasan) unici ad avere il diritto a portare le armi, i marabutti di origine berbera (zwaya o tolba) che sono dediti allo studio e alla preghiera, i tributari (znaga o zenaga), i prigionieri (‘abid), gli artigiani raggruppati in caste (ma’llamin), gli stregoni e gli schiavi liberati, spesso neri, e gli artigiani, che sono considerati facenti parte dello stesso gruppo perché forniscono servizi (harratin) .
Identificato dagli islamisti, che data la sharia, sorvegliano i social , il giovane uomo è stato accusato di mettere in discussione l’organizzazione sociale dello stato utilizzando il nome del profeta.
Dopo una lunga detenzione e il processo, viene condannato a morte per apostasia 24 dicembre 2014 ,per aver rinunciato pubblicamente alla religione islamica. Egli nega pubblicamente di aver voltato le spalle all’ Islam. Ma sulla questione delle caste, persiste e scrive: “Miei fratelli fabbri, dobbiamo essere pienamente consapevoli del destino che ci ha portato ad essere cittadini di questa terra. Dobbiamo quindi difendere il nostro diritto alla piena cittadinanza e una vita dignitosa. ”
La pressione sociale è tale che la stessa madre, che pur aveva ottenuto deroghe al fine di fargli visita, cessò di farlo. Suo padre, come alto funzionario, non viene coinvolto in questo caso. Per quanto riguarda la moglie, Ould Mkheitir, viene richiamata al suo villaggio con la sua famiglia e il matrimonio viene annullato a causa del reato di apostasia.
“La pena di morte non è più applicata in Mauritania dal 1987 e non sarà probabilmente in questo caso complicato,” rassicura un giornalista mauritano. Tuttavia una parte della società civile del suo paese rimane mobilitata per difenderlo. Quattro associazioni, tra cui l’Associazione mauritana dei diritti dell’uomo (AMDH), lancia dal 24 gennaio 2015 una petizione su Change.org per chiedere la sua liberazione . Ad ora è stata sottoscritta da 3300 persone …

Biram Dah Abeid

Nella prigione di Aleg è detenuto anche un importante attivista anti-schiavitù :Biram Dah Abeid ,ex-canditato alle Presidenziali e leader del (IRA-Mauritania), nel 2014. Arrestato l’ 11 novembre 2014 ,insieme ad altri due attivisti: Brahim Bilal e Djiby Sow . Per ricordare un anno dal suo arresto, ha scritto una lettera per ricordare al mondo di una lotta costante contro la schiavitù e di chi, come lui, è in carcere per questo.

Oggi, scrivo dalla mia cella della prigione di Aleg, dove sto commemorando un triste anniversario. Per un anno intero, sono stato tenuto prigioniero. Il mio crimine: combattere la schiavitù. L’11 novembre 2014, sono stato arrestato con altri attivisti anti-schiavitù per aver organizzato una campagna pacifica contro le pratiche della schiavitù in Mauritania e per aver sensibilizzato i mauritani circa i loro diritti alla terra e per i discendenti degli schiavi.
Nel mio paese la schiavitù esiste ancora. Interi gruppi familiari appartengono alla famiglia del loro padrone e sono costretti a servire i loro proprietari tutta la loro vita. Molti discendenti degli schiavi continuano a lavorare su un terreno sul quale non hanno diritti devono dare una parte del loro raccolto a capi tradizionali.
Ho dedicato tutta la mia vita alla lotta contro la schiavitù in Mauritania. La mia casta, il harratin (il nome dato agli schiavi ed ex schiavi), è costituita da neri africani sottoposti a schiavitù dai capi arabo-berberi. Mio padre è stato liberato dal maestro di mia nonna. Sono una delle decine di milioni di discendenti degli schiavi che compongono la grande diaspora nera nel mondo arabo.
Attivisti anti-schiavitù e difensori dei diritti umani, come me, sono spesso messi in carcere. Negli ultimi cinque anni, sono stato in prigione per tre volte. Sono stato rinchiuso in occasione di eventi importanti della mia vita adulta, tra cui la nascita di mia figlia. Ho festeggiato il mio 50 ° compleanno dietro le sbarre il 12 gennaio 2015.

La lettera è datata 13 Novembre 2015 , e pochi giorni prima del processo d’appello, l’11 agosto 2015, con un’abile mossa politica, la Mauritania, in cui la schiavitù risulta ufficialmente abolita dal 1961, ha adottato una legge per la repressione della stessa, definendola crimine contro l’umanità. Ma questi uomini continuano la loro vita da reclusi per difendere i diritti di chi è schiavo. La sua attuale condizione di prigioniero di coscienza è stata denunciata anche da Amnesty International, e Biram Dah Abeid è soprannominato “il Mandela della Mauritania”.

Tornando all’attualità trovo una mappa in rete che descrive il passaggio dei profughi che dalla Siria passano in  Libano e raggiungono in aereo la Mauritania per poi intraprendere il viaggio verso Spagna e Italia. La propongo come riflessione a chi pensa di poter controllare i flussi migratori con provenienze e determinazione.

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Tornando alla lotta di  uomini come Biram Dah Abeid  per la libertà della propria gente bisogna sempre  ricordare chi è morto a Parigi e nel mondo intero per mano di violenti, che non hanno dalla loro la forza delle idee giustizia, uguaglianza e fraternità tra i popoli